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L’antica e nobile città di Lucca ha avuto anche l’onore di vedere un proprio cittadino ascendere fino al soglio pontificio. E’ accaduto otto secoli fa con Ubaldo degli Allucingoli, che divenne papa col nome di Lucio III. Lo ricorda un marmo apposto sulla facciata rinascimentale del palazzo Burlamacchi, edificato in centro storico, accanto al palazzo Bernardini, sulla casa medievale degli Allucingoli, sul quale c’è scritto: “Magione e torre degli Allucingoli donde Lucio III Pontefice”. E non a caso l’attuale piazza del Suffragio, che si trova sul retro del palazzo ed era di pertinenza dello stesso, viene chiamata ancora oggi da molti lucchesi “Corte del Papa”. La nobile famiglia degli Allucingoli, che era originaria della vicina contrada di Lunata, oltre al papa ha annoverato anche due cardinali (entrambi nominati da Lucio III): Gherardo, cardinale diacono di S. Adriano, e Uberto, cardinale prete del titolo di S. Lorenzo in Damaso; ma poi si è estinta nel corso dei secoli. Ubaldo Allucingoli nacque a Lucca verso la fine dell’undicesimo secolo, nel 1097 secondo alcuni storici. Entrato molto giovane nell’ordine monastico dei Cistercensi, nel 1138 fu ordinato da papa Innocenzo II cardinale diacono di Sant’Adriano e, tre anni dopo, cardinale prete di Santa Prassede ed inviato in Francia col titolo di legato pontificio. Nel 1158 papa Adriana IV lo nominò cardinale vescovo di Ostia e Velletri. Durante il lungo papato di Alessandro III divenne uno dei cardinali più influenti e capeggiò la delegazione pontificia in difficili missioni presso la corte di Federico Barbarossa, che ebbe a stimarlo moltissimo. Alla morte di Alessandro III, avvenuta il 30 agosto 1181, i cardinali, riuniti nella cattedrale di Velletri, lo elessero papa il giorno successivo. Ubaldo Allucingoli, che aveva già superato gli ottant’anni di età, un’enormità per i suoi tempi, fu consacrato il 6 settembre del 1181 ed assunse il nome di Lucio III. Visse a Roma solo pochissimi mesi. I contrasti con la città, che si era proclamata libero Comune e che lui naturalmente non volle mai riconoscere, lo costrinsero a trascorrere in esilio, principalmente a Velletri, Anagni e Verona, tutto il resto del suo pontificato. Chiuso nel castello di Segni, mandò a chiamare dalla sua Tuscia Cristiano di Magonza, vicario dell’imperatore Federico Barbarossa, perché lo difendesse con le sue truppe dagli attacchi dei romani. Cristiano sconfisse i romani, ma più tardi morì a Tuscolo colpito da una febbre maligna. Allora i romani, dopo aver messo a ferro e fuoco tutto il territorio circostante, tornarono ad attaccare il castello del papa. “Il loro odio contro il clero – scrive lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius nella sua “Storia della città di Roma nel Medioevo” - era selvaggio e barbarico. Una volta catturarono un certo numero di preti nella campagna, li accecarono tutti salvo uno, li fecero montare su degli asini e, dopo averli incappucciati con mitre e pergamene su cui erano scritte nomi di cardinali, comandarono a quello che avevano risparmiato di condurre al papa questo macabro corteo”. Era la fine dell’estate del 1183. Il pontefice riuscì a fuggire a Verona, dove si trovava anche l’imperatore, che solo un paio di mesi prima, il 25 giugno, aveva sottoscritto la Pace di Costanza, concedendo ampia autonomia ai Comuni della Lega Lombarda. Tra Lucio III e Federico Barbarossa nacquero presto molte controversie. Da quella relativa all’eredità della Contessa Matilde di Canossa, i cui diritti, reclamati dal papa, l’imperatore non volle riconoscere, alla regolarizzazione, desiderata dal Barbarossa, dei vescovi tedeschi eletti durante lo scisma, in particolare per la sede dell’importantissima città di Treviri, che il pontefice rifiutò di concedere; dall’indisponibilità dell’imperatore ad aiutare il papa con le armi contro i romani, al rifiuto di Lucio Terzo di incoronare Enrico, figlio del Barbarossa, essendo questi ancora in vita, ritenendo incompatibile l’esistenza contemporanea di due imperatori. Nel 1184, presente l’imperatore, Lucio III indisse il concilio di Verona e, dopo aver scomunicato tutti gli eretici (Catari o Albigesi, Patarini, Valdesi e Arnaldisti) e i loro sostenitori, concesse ai vescovi il potere di “inquirere” gli eretici anche in futuro, ponendo le fondamenta di quella che sarebbe diventata la Santa Inquisizione. Federico Barbarossa tornò in Germania e annunciò il fidanzamento tra il figlio diciottenne Enrico e la trentenne Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia. Quel legame, molto temuto dal papa, avrebbe portato ad ampliare notevolmente l’impero e a stritolare da nord e da sud lo Stato della Chiesa. I contrasti divennero allora insanabili e portarono alla rottura dei rapporti tra il papato e l’impero. Nel 1185, accogliendo gli appelli del giovane re di Gerusalemme Baldovino IV d’Angiò, minacciato da Saladino, il pontefice cominciò anche i preparativi per la Terza Crociata, ma non riuscì a completarli. Prima di morire, innalzò agli onori degli altari il cavaliere ed eremita senese Galgano Guidotti, dopo aver fatto portare a termine dal cardinale Conrad di Wittelsbach la “prima causa canonica” della storia della chiesa. Lucio III morì a Verona il 25 novembre del 1185 e fu sepolto nel duomo di quella città.
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Grazie all’amico Orlando Sabatti che me lo ha prestato, ho letto con grande interesse l’ampio volume (720 pagine) di Padre Flaminio Rocchi “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”. E’ un libro che dovrebbero leggere tutti, indispensabile per capire la tragedia delle foibe e dell’esodo forzato di quegli italiani. Le pagine, molto chiare e incisive, non trasudano odio, ma sono pregne di verità, di forti verità che scuotono, che incidono un segno profondo nella coscienza e nella memoria. Nell’introduzione alla quarta edizione del volume (Associazione Nazionale “Difesa Adriatica” editrice, Roma 1998), si legge tra l’altro: “Il Partito Comunista Italiano ha coperto con menzogne politiche questa tragedia”... “Nella storia scritta dai vincitori – Luciano Violante, 1996 – una particolare condiscendenza fu usata per Tito. Le foibe furono un genocidio, ma dovevano scomparire”... “Le foibe sono eccidi di indicibile ferocia – Giovanni Pellegrino, senatore Pds, 1997. - Non possiamo dividerci tra destra e sinistra. Con la verità bisogna fare i conti sempre”... “Non c’è differenza fra gli stermini nazisti e quelli comunisti – Leo Valiani, fiumano antifascista e senatore a vita, 1996. – I comunisti italiani hanno taciuto sulle foibe perché i responsabili infoibatori erano comunisti”... “Chiedo perdono a questi morti – Francesco Cossiga, in ginocchio sulla foiba di Basovizza, 1991 – perché sono stati dimenticati dai vivi”. Sono 12 mila gli italiani morti fra atroci sofferenze nelle foibe. 350 mila (il 90% del totale) gli italiani istriani, fiumani e dalmati costretti a fuggire per salvare la vita. 50 mila i bambini. L’esodo comincia verso la fine del 1943 e raggiunge il massimo tra il 1947 e il 1948. A Venezia i primi profughi vengono accolti dai comunisti con fischi e sputi. In Italia vengono allestiti 109 campi di raccolta. Hanno perso tutto. Cominciano da zero a rifarsi una vita. E vengono dimenticati. E nel 2004, dopo le timide aperture del decennio precedente e grazie alla forte insistenza degli uomini di AN, l’omertà cattocomunista è finalmente battuta. Il parlamento, infatti, approva la legge 92 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano – dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”. Lo scopo della legge è quello “di conservare e rinnovare la memoria (art. 1)”, prevedendo “iniziative (art. 2) per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole”, favorendo “la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti” e stabilendo che “il Giorno del ricordo (art. 3) è considerato solennità civile”. Pochi mesi dopo viene realizzato un film, il primo film che si occupa delle foibe. “Il cuore nel pozzo”, questo il titolo, è prodotto per Raifiction da Angelo Rizzoli e diretto da Alberto Negrin su testo di Massimo e Simone De Rita con la consulenza storica di Giuseppe Sabbatucci. Leo Gullotta è don Bruno, un prete coraggioso che cerca di salvare dalle foibe un gruppo di bambini. Ma quando monta sul palco del congresso di Rifondazione Comunista, l’attore viene coperto di fischi e insultato dalla platea con l’appellativo di “venduto”. Non si fa intimidire, Gullotta, e risponde: “Chi è venduto e perché? Io sono limpido e onesto: la fiction ha fatto sapere a dodici milioni di italiani che cosa sono state le foibe”. Il film va in onda in occasione della prima Giornata della Memoria per le vittime delle foibe. Alle proteste di una parte della sinistra risponde Negrin: “Per un regista come me, uno che racconta solo storie destinate a far riflettere ed emozionare, non ci sono riserve né condizionamenti, ma solo il dovere di raccontare una tragedia dimenticata”. E Maurizio Gasparri, ministro delle comunicazioni, aggiunge: “Dobbiamo estrarre da un abisso di menzogne una verità nascosta dall’imposizione di un pregiudizio culturale”. La mattina del 10 febbraio 2005 anche il Comune di Lucca celebra ufficialmente la prima Giornata della Memoria con l’intitolazione di una via ai “Martiri delle foibe”. Alla presenza del prefetto e di molte autorità cittadine e soprattutto dei pochi profughi ancora in vita tra quelli che si sono rifatti una vita nella nostra città, è toccato a me, nella veste di vicesindaco della città, il privilegio di scoprire l’indicazione della nuova strada e tenere un breve discorso per ricordare la tragedia subita da quei nostri connazionali e tenuta colpevolmente nel dimenticatoio per sessant’anni.
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Quando Anselmo da Baggio venne eletto papa, il potere politico aveva un ruolo dominante anche nelle scelte ecclesiastiche. Lo stesso Anselmo, infatti, era stato nominato vescovo di Lucca non dal papa ma dall’imperatore, presso la cui corte aveva vissuto per circa tredici anni, dal 1040 al 1053. E le alte cariche della chiesa erano spesso rappresentate da personaggi molto discutibili e dediti alla simonia (acquisto e vendita di cariche ecclesiastiche) e al nicolaismo (concubinato). Nel 1045 morì il vescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, e i milanesi chiesero all’imperatore di scegliere il successore fra quattro personaggi di specchiata moralità: Anselmo da Baggio, Arialdo da Carimate, Attone e Landolfo Cotta. Enrico III, invece, nominò il nicolaita Guido da Velate. Contro questi e per contrastare la diffusa depravazione del clero, nacque allora il movimento dei Patarini (forse dal termine spregiativo milanese pataria = straccio, pezzente), guidato da Landolfo Cotta e sostenuto, oltre che da Arialdo e Attone, dallo stesso Anselmo e da Ildebrando di Soana, che poi succederà sul soglio pontificio proprio ad Anselmo e diventerà il grande papa Gregorio VII. Poiché i Patarini, che incitavano a rifiutare i sacramenti somministrati dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, facevano molta presa sulla popolazione, l’imperatore si decise ad intervenire e, mentre Guido scomunicava Landolfo e Arialdo, egli nominò Anselmo da Baggio vescovo dell’importante diocesi di Lucca. Anselmo si adoperò allora per il risanamento economico e morale della sua diocesi e si distinse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Fece ricostruire la chiesa di Sant’Alessandro (1057), “la più antica chiesa lucchese pervenuta fino ai nostri giorni con poche modifiche”, come scrive Maria Grazia Tolfo, e qualche anno dopo anche la chiesa di San Michele in Foro e il Duomo di San Martino, ove dispose che il Volto Santo, molto venerato in tutta la cristianità, venisse posto in una apposita cappella (non quella attuale che risale al 1482 ed è opera di Matteo Civitali). Alla morte di Niccolò II, avvenuta il 27 luglio del 1061, Anselmo da Baggio, sostenuto dall’amico Ildebrando e da tutti i riformatori, nonché dai normanni e da Beatrice di Toscana, il 30 settembre di quell’anno fu eletto papa dai cardinali vescovi, assunse il nome di Alessandro II e, conservando il titolo di vescovo di Lucca, prese possesso del trono pontificio. L’aristocrazia romana, che era rimasta esclusa dall’elezione in base ai dettami della bolla di Niccolò II del 1059, che non permetteva l’elezione di un papa da parte dei laici, si rivolse alla corte imperiale. E i vescovi germanici, riuniti nel concilio di Basilea il 28 ottobre 1061, non riconobbero l’elezione di Alessandro II e, dopo aver decretato patricius romanorum Enrico IV, dodicenne figlio di Enrico III, deceduto già nel 1056, elessero papa il vescovo di Parma Pietro Cadalo, che assunse il nome di Onorio II. L’antipapa Onorio II, sostenuto da Agnese di Poitou, imperatrice reggente, e da Benzone, vescovo di Alba, invase con le armi la sede pontificia e nel marzo del 1062 si insediò in Castel Sant’Angelo. Nel frattempo, però, l’arcivescovo di Colonia Annone, che era vicino ai riformisti, estromise Agnese dalla reggenza dell’impero, prese sotto la sua protezione il giovanissimo Enrico IV e tolse l’appoggio all’antipapa. A Roma, quindi, si venne a creare una situazione di stallo. Onorio II, indebolito, chiese sostegno ai bizantini; Alessandro II, invece, rafforzò l’intesa con i normanni. E mentre Goffredo di Lorena, marito di Beatrice di Toscana, coglieva la ghiotta occasione per farsi arbitro della contesa, ordinando a entrambe le parti di deporre le armi e invitando i due pontefici a ritirarsi nelle rispettive diocesi di Lucca e di Parma, il reggente imperiale Annone affidò il compito di dirimere lo scisma al nipote Burcardo, vescovo di Alberstadt. Burcardo decretò valida l’elezione di Alessandro II e questi, scortato dall’esercito di Goffredo, nell’aprile del 1063 poté fare ritorno a Roma. Onorio II tentò ancora di riprendersi il potere, ma il papa convocò un concilio in Laterano e lo fece destituire e scomunicare. La soluzione conclusiva dello scisma, però, si ebbe solo il 31 maggio del 1064, allorché, convocato il concilio di Mantova e presenti sia i vescovi italiani che tedeschi, Alessandro II fu definitivamente riconosciuto quale papa legittimo. Nel corso del suo pontificato, Alessandro II sostenne i normanni di Roberto il Guiscardo (col quale poi entrerà in dissidio) nella cacciata degli arabi e la conquista della Sicilia (1063), appoggiò Filippo I Capeto contro i musulmani di Spagna e Guglielmo di Normandia (detto il Conquistatore) contro l’usurpatore Aroldo per la conquista del trono d’Inghilterra (1066). Intervenne anche in Germania per risolvere le incessanti controversie fra i grandi prelati e incoraggiò la costruzione della grande Abbazia di Montecassino (che verrà distrutta quasi mille anni dopo dai bombardamenti americani del 1944 e ricostruita nel 1964). Nel 1069 morì Goffredo di Toscana e per il papa ricominciarono i problemi. I nobili romani, infatti, ne approfittarono per rivendicare la signoria della città di Roma. Nel 1070 ritornò a Lucca, che era rimasta la sua diocesi, ed inaugurò il ristrutturato Duomo, sul fronte centrale del quale, scrive Dino Grilli, fece murare una lapide per avvertire che chiunque avesse osato modificare o danneggiare l’edificio sarebbe stato scomunicato in eterno. Ecco il testo integrale dettato in esametri dallo stesso papa: “Uius que celsi radiant fastigia templi/ sunt sub Alexandro Papa Secundo constructa/ ad curam cuius proprios et praesulis usus/ ipse domos sedes presentes struxit et edes/ in quibus hospitium faciens terrena potestas/ ut sit in aeterno statuens anathemate/ sanxit milleque sex denis templum fundamine/ iacto lustro sub bino sacrum stat fine peracto”. In quello stesso anno, in Francia, si formava per la prima volta un’istituzione chiamata “La comune” o semplicemente “Comune”. Fu Le Mans il primo Comune d’Europa. L’idea di governi cittadini autonomi si estenderà poi a macchia d’olio non solo in Francia, ma anche nel resto d’Europa e nell’Italia settentrionale e centrale. Pare sia stato proprio Lucca il primo Comune d’Italia. Ma Alessandro II proseguì soprattutto la sua opera di moralizzazione della chiesa. Proibì al clero l’accumulo di benefici e la loro investitura da parte di laici e convalidò i decreti di Niccolò II sull’elezione papale. Affiancato dal suo amico Ildebrando, sostenne i Patarini (che un secolo dopo saranno scomunicati proprio da un papa lucchese, Lucio III) nella lotta contro la simonia e il concubinato, inasprì ulteriormente i rapporti con l’arcivescovo di Milano Guido, che fu costretto ad abdicare (1071), e sventò la nomina al suo posto di Goffredo, un prete antiriformista fedele ad Enrico IV, imponendo l’elezione di Attone e riproponendo così il problema dei rapporti tra papato e impero, che sarà poi proseguito con maggiore intensità ed efficacia dal suo successore Gregorio VII. Alessandro II, che era nato a Baggio nel milanese intorno al 1012, morì a Roma il 21 aprile 1073 e fu sepolto in Laterano.
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Tutte le mattine mi reco al mio ufficio in piazza San Frediano e, all’inizio della via Anguillara, là ove essa fa angolo con via San Frediano, a dieci metri dalla splendida facciata dell’antica basilica del santo che deviò il fiume Serchio, incontro e saluto Pompeo Girolamo Batoni, grande pittore lucchese del Settecento. Sotto il suo busto, opera di C. Dal Poggetto, si legge: “A Pompeo Batoni che riconducendo l’arte allo studio dei grandi maestri del vero fu giudicato primo tra i pittori del Sec. XVIII. Qui dove nacque il XXV Gen. MDCCVIII i cittadini posero nel MCMXI”. Nato dunque a Lucca nel 1708, Pompeo Girolamo Batoni fu iniziato alla tecnica del disegno da suo padre, che era un affermato orafo, e dagli artisti Giandomenico Lombardi e Domenico Brughieri. Grazie al sostegno della famiglia e di alcuni mecenati lucchesi che credettero nel talento del ragazzo, a soli diciannove anni poté trasferirsi a Roma per formarsi sul classicismo, esercitandosi nel disegno di modelli dal vivo e nel copiare le opere di Raffaello, del Guercino e di Annibale Carracci presso il Vaticano e la Villa Farnesina. Fu proprio in questa villa nobiliare suburbana che si invaghì della bella figlia del custode e la prese in sposa. Il padre e i mecenati lucchesi non approvarono quel matrimonio di basso rango e gli tolsero ogni sussidio. Batoni allora fu costretto a guadagnarsi da vivere, disegnando e vendendo copie di opere e facendo ritratti a signori di passaggio. Superato il momento più difficile, cominciò a frequentare la scuola di Agostino Masucci e soprattutto quella di Francesco Ferdinandi, detto l’Imperiali, presso il quale assimilò il classicismo romano, e a collaborare con importanti paesaggisti, come Locatelli e Van Bloemen. Ebbe in tal modo la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare da personaggi di alto lignaggio. Arrivò così la prima commissione di rilievo: la Madonna con Bambino e Santi per la chiesa di San Gregorio al Celio, che fu seguita dalla pala Cristo in gloria e Santi per la chiesa dei Santi Celso e Giuliano. Verso la metà degli anni trenta era già un artista molto importante e sono di quel periodo opere come la Presentazione al Tempio nella chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia, il Trionfo di Venezia al Raleigh Art Museum negli USA, la Verità scoperta dal Tempo e quattro Allegorie al Palazzo Colonna a Roma, la Consegna delle Chiavi e gli Evangelisti al Quirinale. Nel 1741 entrò nell’accademia romana di belle arti “San Luca” e nel 1743 (la data è indicata in basso a destra) dipinse l’Estasi di santa Caterina da Siena, che si ammira a Lucca nel Museo Nazionale di Villa Guinigi. A proposito di quest’olio su tela così si esprime la Isa Belli Bartali nella sua “Lucca - Guida alla città”: “La realtà psicologica del soggetto – sentimento della mistica grazia, compartecipazione quasi soccorrevole degli angeli, appassionato pathos – si compendia in una suprema maestria linguistica che si esprime nella dolce bellezza dei tratti, nelle rispondenze armoniche delle figure, negli effetti preziosi di luce e di colore che smaterializzano lo spazio: riflessi rossi e verdi, calde ombre che quasi panneggiano le figure minori lasciando in piena luce zenitale – a folgorare i biondi puri della veste – la morbida figura della santa”. Negli anni cinquanta era ormai considerato, a livello europeo, il miglior pittore italiano. Ebbe commissioni importantissime, come la Caduta di Simon Mago per la basilica di San Pietro, oggi in Santa Maria degli Angeli. Oltre ai dipinti di natura religiosa e alle opere a soggetto storico e mitologico, come Achille alla corte di Licomede agli Uffizi, Ercole fanciullo e Ercole al bivio a Palazzo Pitti e la Fuga da Troia nella Galleria Sabauda di Torino, l’artista lucchese si specializzò come ritrattista e divenne il pittore prediletto dell’aristocrazia europea. I suoi compensi schizzarono alle stelle e furono soprattutto principi e sovrani a commissionargli delle opere: da Maria Carolina di Napoli a Federico il Grande, da Maria Teresa d’Austria a Caterina di Russia, dall’imperatore Giuseppe II al papa Pio VI. Dopo aver realizzato altre importanti opere di genere celebrativo, come l’Allegoria della religione e l’Allegria per la morte di due figli di Ferdinando IV nella Reggia di Caserta, e Teti affida a Chionne l’educazione di Achille e la Continenza di Scipione all’Ermitage di San Pietroburgo, negli ultimi anni della vita si dedicò soprattutto alla realizzazione delle sette pale d’altare commissionate da Maria Francesca di Braganza, regina del Portogallo, per la chiesa del Sacro Cuore all’Estrela di Lisbona. A Lucca, nel palazzo Cenami, uno degli unici tre (insieme con i palazzi Mazzarosa e Minutoli-Tegrimi) delle antiche famiglie della città che conservano ancora gli arredi originari, possiamo osservare l’autoritratto dell’artista, firmato “P. Batoni pinxit Romae an. 1772”. Nel palazzo Mazzarosa, che “a causa del gran numero di contanti che questo cavaliere tiene in casa” possiede una robusta porta di ferro, “cosa che a Lucca – precisa G.C. Martini verso la fine del Settecento – non è permessa a nessun altro”, e dove è conservata la più considerevole collezione privata della città, si trovano vari dipinti del Batoni: Allegoria della Sapienza, Allegoria della Giustizia e della Pace, San Giuseppe, Madonna del libro e Morte di Lucrezia. Due tele sono conservate anche nel palazzo Minutoli-tegrimi: Atalanta piange Meleagro e Prometeo Animatore. Nel già citato Museo di Villa Guinigi troviamo anche il Ritratto dell’arcivescovo Giovan Domenico Mansi, proveniente dalla biblioteca di Santa Maria Corteorlandini, e il Martirio di San Bartolomeo, che sulla pietra sotto il piede sinistro del santo è datato “P.B. 1749” e proviene dalla chiesa di San Ponziano. Pompeo Girolamo Batoni morì a Roma il 4 febbraio del 1787. Lucca non lo ha dimenticato e, oltre al busto di via dell’Anguillara, gli ha intitolato anche una via della città, il tratto della circonvallazione tra il piazzale Martiri della Libertà e il viale Agostino Marti.
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Apparve per brevi anni guardando intorno in alto in sé. Trasse d'oltre la vita Dejanice Edmea Loreley Wally. Riportò agli uomini dolci note che il cuore non ricordava e riconobbe e non oblia. Pende dal salice l'arpa ma cantano ancora le corde tocche da dita che i nostri occhi non vedono più.
Due anni fa, in occasione del 150° anniversario della nascita di Alfredo Catalani, la città di Lucca lo ha ricordato dandogli una degna sepoltura nel famedio del cimitero monumentale urbano. Un doveroso atto di riconoscenza per uno dei più grandi figli della nostra città, l'autore di Dejanice, Edmea, Loreley, Wally, genio precoce e sfortunato. Nato a Lucca il 19 giugno del 1854 da una famiglia di musicisti, Alfredo Catalani abbandonò gli studi da avvocato per dedicarsi esclusivamente alla musica, avendo come maestri Carlo Angeloni e Fortunato Magi e diplomandosi nel 1872 con quel capolavoro di composizione che è la Messa. Pochi mesi dopo venne accettato al conservatorio di Parigi e studiò pianoforte con Marmontel e contrappunto con Bazzini, ma l'anno successivo tornò in Italia e continuò gli studi al conservatorio di Milano, manifestando il suo talento con la Chanson Groenlandaise. Si diplomò nel 1875 presentando La Falce, una breve opera dal tono wagneriano, tratta da un libretto di Arrigo Boito. Rimasto a Milano e vivendo in ristrettezze economiche, nel 1880 compose Elda (che dieci dopo trasformò in Loreley), opera commissionata dalla casa editrice Lucca, nel 1883 Dejanice, opera su libretto di Zanardini su soggetto di Boito, ed Ero e Leandro, poema sinfonico, e nel 1886 Edmea, che andò in scena a Torino e fu diretta da Arturo Toscanini. Morto Ponchielli nel 1886, fu assunto al conservatorio di Milano come insegnante di alta composizione. L'opera che portò il compositore lucchese al successo fu Wally, tratta da un romanzo d'appendice tedesco, che fu rappresentata alla Scala e poi al teatro di Lucca con la direzione ancora di Arturo Toscanini. Alfredo Catalani credeva molto nel potere della melodia ed introdusse nelle sue opere la lezione del rinnovamento sinfonico e del dramma lirico francese. Fu rispettato dal suo concittadino Giacomo Puccini, ma non da Giuseppe Verdi, che in una lettera scrisse: "Questi giovani che vogliono rinnovare e correre per le nuove strade mi sembrano un poco sconsigliati e, confidando troppo nell'avvenire, finiranno col perdere anche il presente". Ma il problema principale di Catalani fu la sua malferma salute, che certamente ne condizionò anche la produzione musicale. Affetto da tubercolosi fin da giovane, la malattia lo condusse alla precoce morte, che avvenne a Milano il 7 agosto del 1893. Aveva solo 39 anni! Le sue spoglie mortali, sepolte inizialmente nel cimitero monumentale di Milano, l'anno successivo vennero traslate a Lucca. Furono poste, dopo le onoranze funebri, in un deposito sotto il famedio del cimitero di S.Anna, con l'impegno dell'amministrazione comunale di provvedere in breve tempo (!) ad un sepolcro dignitoso. Sono rimaste abbandonate in quel luogo per ben 110 anni! E' stato grazie all'energia e alla perseveranza dell'amico Beppino Lenzi, cultore appassionato della storia di Lucca, nonché all'impegno del Comune, alla collaborazione della Soprintendenza e al sostegno insostituibile della Fondazione Cassa di Risparmio, che Lucca ha potuto finalmente onorare il suo debito di riconoscenza nei confronti di un altro dei suoi grandi musicisti. Un modo per ridestare la consapevolezza dei cittadini, specie dei più giovani, su un patrimonio culturale di assoluto livello. Un modo per richiamare la città al dovere della memoria. Queste, in estrema sintesi, furono le considerazioni che io espressi, nella mia veste di vicesindaco in rappresentanza dell'amministrazione comunale, in occasione dell'inaugurazione del monumento funebre del 19 giugno 2004. E a conclusione del breve discorso, mi piacque recitare i meravigliosi versi sopra riportati, scritti per Alfredo Catalani da Giovanni Pascoli, che avevo letto sull'epigrafe murale posta nel centro storico di Lucca, in via Santa Giustina, dinanzi al Comune, dalla società musicale Guido Monaco in memoria del geniale ma sfortunato musicista
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“Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della rivolta del piccolo e povero paese di montagna, esaltando il coraggio e le ragioni dei valligiani, che osarono sfidare la protervia del governo e si rifiutarono in massa di sottostare all’imposizione di una tassa ingiusta. Ma il singolare avvenimento superò anche i confini nazionali e addirittura quelli europei, finendo oltre oceano. Approdò, infatti, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano, il New York’s Time. Una trentina d’anni addietro, il paese era riuscito ad ottenere dal governo Mussolini l’esonero dal pagamento di quella obbrobriosa tassa; ora il governo democristiano la pretendeva di nuovo. A tutte le famiglie arrivarono le cartelle esattoriali con l’indicazione degli importi da pagare. A parte il fatto che i dati del ministero erano totalmente sbagliati, perché nel frattempo si erano verificati numerosi passaggi di proprietà, magari mai regolarizzati, i valligiani ne fecero giustamente una questione di principio. Come si può permettere un governo serio e democratico di chiedere il pagamento di tasse su abitazioni distrutte dalla guerra e rimesse su alla meglio, pietra su pietra, dalla ostinata volontà e dagli enormi sacrifici dei paesani, senza che nessuno se ne fosse mai occupato ed avesse minimamente contribuito? Come poteva pretendere, questo governo poco serio e per niente democratico, il pagamento di una tassa su miseri terreni di montagna, pieni di sassi, che non producevano quasi nulla e dai quali solo l’indomita fatica dei valligiani riusciva a cavare quel minimo indispensabile, che a malapena consentiva alle numerose bocche delle famiglie di Valle di sfamarsi e sopravvivere? Il giornale aveva proprio ragione: “Se ne sono sempre fregati di loro e hanno il coraggio di presentarsi solo per riscuotere le tasse. Ora i valligiani fanno bene a fregarsene del governo e delle sue tasse”. Gli uomini del governo, però, la pensavano diversamente: aprirono un ufficio nella piazza principale del paese e cominciarono ad inviarci, un paio di volte al mese, un esattore delle tasse col preciso compito di riscuoterle. Ma i valligiani non ci pensarono due volte e fecero sapere all’esattore che, se si fosse ancora presentato in paese, la sua testa sarebbe finita, pari pari, nel cappio che a bella posta era già stato agganciato al balcone del municipio. E l’esattore, che non doveva essere un tipo molto coraggioso, per un po’ di tempo non si fece vedere. * A Valle Agricola esisteva una buonissima abitudine: quando succedeva una disgrazia, si accantonavano le antipatie personali e le discordie familiari e tutta la gente accorreva e si metteva a disposizione. Se, per esempio, prendeva fuoco una masseria, Puppino il sacrestano suonava a distesa le campane, la voce si spargeva in un battibaleno e tutti, proprio tutti, correvano con secchi, conche e ogni sorta di recipienti pieni d’acqua per sedare l’incendio. E la tassa della fondiaria non poteva che essere considerata alla stregua di una grossa disgrazia. A parte la chiesa, in paese non esisteva un locale ampio dove tutto il popolo potesse riunirsi. Si ritrovarono allora in piazza per discutere della grave e difficile situazione. La prima importante decisione fu quella di far scomparire l’esattoria. Uno tra i più facinorosi propose addirittura di darla alle fiamme, ma un altro si oppose duramente. - Alle fiamme ci dai casa tua! – gli urlò sul muso quest’ultimo, prendendolo per il bavero. Abitava proprio sopra l’esattoria! Alla fine prevalse una soluzione ragionevole: presero due robuste tavole di legno, le inchiodarono sulla porta a mo’ di croce di Sant’Andrea e la sede dell’esattoria venne sprangata. Quindi parlarono delle cartelle esattoriali che ognuno aveva portato con sé. Bisognava decidere cosa farne. La soluzione fu trovata immediatamente e questa volta nessuno fece obiezioni. Le accatastarono tutte in mezzo alla piazza, una sopra l’altra, dettero fuoco al mucchio e ne fecero un gran bel falò. A Caserta, evidentemente, si venne a sapere di come si erano comportati i valligiani. Le autorità competenti, infatti, scandalizzate dall’insulso ed inaccettabile atteggiamento di quei montanari incivili, decisero di ricorrere alle maniere forti. La legge è legge e va rispettata e fatta rispettare ovunque, da tutti e con ogni mezzo. Come potevano farsi intimidire da quattro pecorai pidocchiosi e ignoranti di un piccolo e sperduto paese di montagna che non risultava nemmeno sulle carte geografiche? Visto che se l’erano cercata, la lezione sarebbe stata esemplare. * Una bella mattina si sparse la voce che stava per arrivare in paese un importante personaggio della provincia, accompagnato dall’esattore e scortato da un grosso esercito di carabinieri, poliziotti e militari. I valligiani si mobilitarono immediatamente. Si ritrovarono in piazza e, senza troppi discorsi, decisero che avrebbero resistito. Il governo vuole la guerra? E guerra sia! Ma bisognava organizzarsi bene: i più piccoli, Damnic in testa, forniti di sacchetti pieni di chiodi a tre o quattro punte, furono mandati a spargerli lungo la via nuova; i cacciatori si piazzarono con i loro fucili sulle finestre, pronti ad aprire il fuoco; tutte le donne incinte vennero requisite e portate in municipio. Luisella e Menechella la sargentessa riagganciarono la corda col cappio al balcone del comune e minacciarono anche il sindaco e il segretario comunale perché sembravano più disposti a trattare col nemico che alla resistenza ad oltranza. Tutti gli altri si attestarono in piazza, armati di falci, bastoni e forconi. La prima sorpresa per l’esercito provinciale fu quella dei chiodi: molte vetture si ritrovarono con le gomme a terra. Il comandante fu costretto a fermare la colonna e ordinò ai suoi uomini di provvedere alla sostituzione. Gli ci volle un bel po’ di tempo, perché alcune camionette avevano più di una gomma bucata e dovettero far ricorso anche alle ruote di scorta degli altri mezzi. Il comandante, però, non era uno stupido e capì che, prima di riprendere il viaggio verso il paese, era necessario spazzare via i chiodi che, a centinaia, metro dopo metro, infestavano la strada. Quando seppe che il suo esercito non aveva neanche una ramazza, si arrabbiò. Come facevano a raccoglierli uno per uno con le mani? Non avevano mica tempo da perdere! Poi gli venne l’idea giusta e ordinò ai militi di costruire immediatamente delle ramazze. Così fecero e, dopo un paio d’ore, la via nuova era stata bonificata. Era veramente un esercito sproporzionato: tra carabinieri, poliziotti e militari si potevano contare almeno trecento unità. Neanche durante l’ultima guerra mondiale si erano visti tanti uomini armati a Valle Agricola! Arrivati all’imbocco del paese, formarono una lunghissima colonna di vetture e camionette lungo tutta la via nuova, da ‘ncopp’a Duretula fino alla lontana fontana della Cerqua. Era uno spettacolo! Scesero dai mezzi e, con in testa il loro comandante e il personaggio della provincia, si avviarono a piedi verso la piazza per poi raggiungere ed occupare la sede del potere, il municipio. Fatti pochi metri, però, videro spuntare da ogni finestra le canne dei fucili dei cacciatori e si fermarono. Il comandante chiese un megafono. Non c’era. Allora decise di farne a meno e, con tutta la voce che aveva in gola, ordinò ai valligiani di consegnare le armi. - Vienitele a prendere, se ne hai il coraggio! – disse una voce da una finestra. - Non sono venuto in questo paese per farmi sfottere – replicò il comandante – e vi conviene obbedire e non farmi perdere la pazienza! Lì per lì nessuno rispose. Ci fu un attimo surreale di silenzio. Improvvisamente s’udì una solenne pernacchia. Da dietro le finestre e per la strada tutti cominciarono a scompisciarsi dalle risate. Il comandante rimase allibito. Quando si rinvenne, si arrabbiò terribilmente e dovettero quasi tenerlo. Poi chiamò un paio di subalterni e disse loro di tenersi pronti perché avrebbe dato l’ordine di sparare. - Che cacchio dici! – gli fece con durezza ed apprensione il personaggio della provincia, che aveva ben sentito le parole del comandante. - Non lo vedi che sono costretto? – si difese lui. - Non fare stronzate, per favore! – tagliò corto il personaggio. Dopo un lungo consulto e un sacco di parolacce, il comandante prese una decisione irrevocabile: ordinò ai suoi di passare ugualmente e di marciare verso il municipio e, se qualcuno di quei villani avesse sparato, essi avrebbero risposto al fuoco. - Me ne assumo io tutte le responsabilità! Nell’aria la tensione si tagliava col coltello. Cosa sarebbe accaduto se da una finestra fosse partito un colpo, magari solo per sbaglio? Naturalmente, nessuno sparò. - Fateli avanzare – disse sogghignando un vecchiettino che, avendo fatto la prima guerra mondiale, era esperto di strategia militare, - che poi li facciamo tutti prigionieri! L’esercito, circondato dai valligiani che agitavano paurosamente i forconi ma senza fare danni, oltrepassò la piazza e raggiunse la sede del comune. Il comandante, nervosissimo, vide il cappio appeso al terrazzo e ordinò di farlo togliere. Un poliziotto, sollevato a braccia da un paio di colleghi, recise la corda con un coltello. A questo punto non restava che occupare la sede, ma le sorprese non erano certo finite. Sulle scale del municipio ecco tutte le donne incinte del paese! Quando i primi militari provarono a salire, queste si strinsero l’una all’altra, ostruendo di fatto il passaggio e, prima che qualcuno potesse avvicinarsi, cominciarono ad urlare come se quegli uomini le stessero già spingendo. - Se mi metti un dito addosso – diceva una – giuro che mi tiro giù per le scale e poi sono cazzi tuoi. - Fate largo! – urlò imbestialito il comandante. - Devi passare sopra le nostre pance! – risposero le donne in coro. Sulla strada la folla cominciò a rumoreggiare. - Non vi permettete di toccare le nostre donne! La situazione si faceva ancor più delicata. Un conto è attaccare degli uomini che oppongono resistenza, altro conto è maltrattare delle inermi donne incinte. Se succede un guaio ad una di esse, non ti salvi più. - Questi figli di puttana l’hanno studiata proprio bene! – mugugnava il personaggio della provincia. Il comandante non sapeva che pesci prendere. Le donne continuavano a gridare. Fu costretto a dare l’ordine di non toccarle. Poi, però, perse definitivamente la pazienza e ordinò personalmente alle donne incinte di togliersi dai piedi, altrimenti non avrebbe risposto delle proprie azioni. Queste urlarono ancora più forte e la gente per strada cominciò a pressare con i forconi. Apparvero anche i cacciatori con i fucili a tracolla. Il personaggio della provincia, che mai avrebbe immaginato di trovarsi in un casino del genere, continuava a ripetere al comandante di non fare stronzate. Questi, allora, un po’ per intimidire la folla e un po’ per non passare da fesso, pensò di fare arrestare qualcuno di quelli che avevano il fucile. Il motivo? Resistenza armata. - Ma quale resistenza armata! Non lo vedi che i fucili sono scarichi? Ancora una volta il comandante ci passò da biscaro, come si dice a Lucca. * Forse, più tardi, lui e il personaggio importante riuscirono anche a parlare con il sindaco e il segretario, ma si erano ormai resi conto che con quella gente c’era poco da fare. Meglio tornarsene a Caserta. Anche perché cominciava a far buio e nessuno degli invasori aveva ancora messo nulla di solido sotto i denti. Il comandante non voleva neanche sentirne parlare, ma alla fine, convinto a malincuore dal personaggio della provincia che non vedeva l’ora di lasciare quel paese, ordinò ai suoi la ritirata Ma in serbo per loro non poteva non esserci un’ultima sorpresa. Quando, sconsolati, tornarono alle camionette per riprendere la via del ritorno, trovarono ancora una volta le gomme delle ruote bucate. Erano stati i fantastici ragazzi di Valle. Non potevano mica rimanere con le mani in mano, mentre il paese veniva invaso dal nemico! Si erano muniti di arnesi vari e ne avevano bucato il maggior numero possibile. Poiché le gomme erano dure, Damnic era andato a cercarsi gli attrezzi adatti nella falegnameria del papà. Armato prima di chiodo e martello, poi di punteruolo e quindi di una sega, anche lui aveva fatto il suo dovere. Immaginate un po’ come ci rimase il comandante! Senza dubbio si sarà pentito di aver dato retta al personaggio della provincia e di non aver messo a ferro e fuoco quel paese di rivoluzionari e di evasori.
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