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Il 16 luglio scorso è venuto a mancare Ivo Laghi, uomo libero e grande sindacalista. Nei difficili anni settanta ricopre la carica di direttore generale dell'Enas e riesce ad organizzare l'ente con grande intelligenza e managerialità, conducendo il patronato verso la sua stagione di maggiore successo ed espansione territoriale sia in Italia che all'estero. Arriva alla guida della Cisnal nel 1977, succedendo a Gianni Roberti, ed è confermato segretario generale del sindacato nei congressi del 1980 e del 1987. Rimane in carica fino al 1990, quando decide di farsi da parte per dare spazio ai giovani e il sindacato lo nomina suo presidente. Sono i periodi bui del terrorismo, ma sono anche gli anni del pericolo comunista e quindi del consociativismo. Le stringenti pressioni di forze opposte sia nel campo politico che sindacale schiacciano la Cisnal e le impediscono di proporsi ad armi pari nei confronti dei lavoratori e dei mass-media e sui tavoli ove si dibatte una delle questioni epocali del momento: la crisi industriale e l'avvio delle ristrutturazioni aziendali. "Ricordiamo uno degli uomini che, in momenti particolarmente critici per la nostra organizzazione - dichiara Renata Polverini, attuale segretario generale dell'Ugl (ex Cisnal), - ha saputo infondere un crescente attaccamento al nostro sindacato, difendendo in ogni occasione i diritti e le ragioni dei lavoratori. Con la sapiente energia che tutti gli riconoscevano - aggiunge la Polverini, - Laghi ha governato il sindacato rafforzando la struttura confederale e consentendo il definitivo radicamento della Cisnal nel mondo del lavoro italiano". Ivo Laghi, in effetti, riesce nell'impresa di trasformare quello che era un modesto sindacato di un partito politico fortemente discriminato (era l'emanazione sociale del Msi) in una libera organizzazione nazionale radicata e popolare che riesce a conquistare sul campo il ruolo di terza forza sindacale del paese, anzi di unica forza sindacale alternativa al consociativismo Triplice-Confindustria, facendo per questo preoccupare perfino il partito comunista e i suoi organi di informazione, conquistando l'attenzione dei mass-media non con agganci politici o atteggiamenti flessibili, ma col contatto diretto con i lavoratori ed una serie interminabile di assemblee nelle fabbriche, con affollate manifestazioni pubbliche nazionali e locali, con importanti convegni e aggiornamenti dei quadri, con la notevole crescita delle strutture e degli iscritti, con una sapiente controffensiva culturale che si sviluppa attraverso la creazione di periodici di informazione da parte di ogni categoria del sindacato, del settimanale della confederazione "La meta sociale" e soprattutto del mensile culturale "Pagine libere", diretto dallo stesso Laghi, che diventa presto il principale organo nazionale di cultura sindacale. Insomma gli anni più difficili del sindacato alternativo diventano, grazie alla "sapiente energia" di Ivo Laghi, gli anni meravigliosi della Cisnal, un sindacato di popolo, un sindacato rivoluzionario, un sindacato finalmente libero, come il suo leader.
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Caro Jonny, la situazione in Italia precipita ogni giorno di più. A questo punto sono convinto, non ci crederai, che sarebbe stato mille volte meglio se le elezioni politiche di quest'anno si fossero perse. La sinistra era assolutamente convinta di vincere (e anche i sondaggi le davano ampiamente ragione) e i suoi leader non hanno messo nel conto neanche la più remota eventualità che le cose potessero andare diversamente. Quando, quindi, Berlusconi ha vinto, sia pure con lieve margine, si è scatenata la fine del mondo. Superato lo choc iniziale, dovuto all'incapacità della sinistra di accettare la sconfitta e che comunque ha prodotto la decapitazione di tutti i suoi vertici, abbiamo assistito, sia in parlamento che in tutte le città italiane, ad una spirale di violenza verbale e fisica che ci sta gradualmente portando ad una sorta di guerra civile strisciante che sta penalizzando l'intera nazione. E se il parlamento è paralizzato per il comportamento incontrollato di deputati e senatori, che gridano al colpo di stato attuato dal governo definito fascista a causa di quella legge truffa che ha consentito di incrementare notevolmente il numero dei deputati col cosiddetto premio di maggioranza, ed hanno di fatto bloccato tutti i lavori della camera e del senato arrivando addirittura a pericolosi ed inqualificabili scontri fisici, è difficile spiegarti ciò che sta accadendo fuori. Prima ci si è messo il ministro delle attività produttive, che portando avanti il programma di centrodestra delle liberalizzazioni ha approvato un decreto che ha fatto scendere in piazza tassisti, farmacisti, medici ed avvocati con in testa ai cortei i nuovi leader dei sempre più numerosi partiti di sinistra. Poi è venuto fuori il casino più grande. Ricordi che ti avevo accennato degli infiniti cortei di noglobal, disobbedienti, girotondini e comunisti vari per il ritiro immediato di tutte le nostre truppe, senza se e senza ma, sia dall'Afghanistan che dall'Iraq e delle strade e delle finestre ornate di bandiere arcobaleno? Fa conto di moltiplicare per mille quella situazione e forse ti avvicini un pochino a ciò che si sta verificando in questi giorni. Il nuovo governo Berlusconi, infatti, non solo non ha ritirato le truppe da quei due paesi, ma ha avuto addirittura l'idea, pur di continuare ad avere un ruolo in Europa e nel mondo faticosamente conquistato, di mandare ancora truppe e questa volta nientemeno che nella regione più pericolosa dell'intero pianeta, nella zona cuscinetto tra Libano, Israele e Siria, regno incontrastato degli Hezbollah, che come sai sono forse le milizie meglio armate ed organizzate al mondo, per tutelare gli interessi soprattutto degli amici Israeliani. Se proprio ci tieni a saperlo, stavolta anch'io penso che abbia esagerato, perché questa scelta sconsiderata sa davvero di provocazione! Puoi solo immaginare cosa si è scatenato! Il parlamento è stato immediatamente occupato dalla sinistra, notoriamente schierata a favore di palestinesi e Hezbollah (e pensare che Berlusconi in persona aveva avuto la sfrontatezza di chiedere sulla nuova missione addirittura un voto bibartisan!). Le bandiere arcobaleno della pace hanno letteralmente invaso tutte le vie e le piazze, nonché tutte le finestre delle nostre città. E chi non si è adeguato, si è visto bruciare le proprie finestre o i propri portoni. I deputati e i senatori del centrodestra corrono ogni giorno il rischio di essere linciati. Numerose sedi di Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega e Udc vengono quotidianamente devastate e date al fuoco. Insomma siamo tornati a qualcosa che ha poco da invidiare agli anni di piombo. Ad un mio amico di nome Claudio, notoriamente di destra, hanno persino sputato in faccia ed ora si trova lui in galera. Sì, perché ha reagito in modo esagerato ed ha spaccato la faccia ad un paio di disobbedienti cattocomunisti mandandoli all'ospedale davvero malconci. Glielo avevo detto io: non cedere alle provocazioni! Ma lui duro, a dire che siamo in democrazia e che ognuno può pensarla come vuole. Non ha voluto capire che la democrazia esiste solo quando si è d'accordo con i comunisti! Ma non è tutto! Per rispettare i parametri europei, il governo è stato costretto a fare una manovra correttiva di 30 miliardi di euro (qualcosa che in vecchie lire si scrive così: 60.000.000.000.000!), in un primo tempo si parlava addirittura di 40 miliardi, poi ridotti grazie ad un imprevisto aumento delle entrate. Ma la cosa che ha fatto davvero imbestialire la sinistra e soprattutto i sindacati è stata quella di dire che per questa imponente manovra ancora una volta sarebbero state colpite le pensioni, la sanità e il pubblico impiego. Devo esserti sincero fino in fondo: un ulteriore attacco così alla spesa sociale non ce lo aspettavamo neanche noi di centrodestra, figurati quelli di sinistra che, d'intesa con i sindacati che l'avevano apertamente appoggiata in campagna elettorale, aveva giurato che con lei al governo del paese mai più sarebbe stata toccata la spesa sociale, che la riforma delle pensioni di Berlusconi era squallida ed andava migliorata, che i comuni non potevano ancora essere privati di proventi dello stato perché altrimenti ne avrebbero patito pesantemente le conseguenze le persone più deboli, che era uno scandalo solo parlare di toccare in peggio la situazione già inaccettabile della sanità, ecc. ecc. Ed eccoti, quindi, lo sciopero generale e la più grande manifestazione sindacale di tutti i tempi: qualcosa come cinque milioni di pensionati e lavoratori, che il circo massimo di Roma non ha potuto ospitare. Naturalmente quasi tutti i giornali, che sono notoriamente vicini alla sinistra, hanno deprecato l'atteggiamento del governo, definito ormai ordinariamente fascista, ed enfatizzato la situazione impossibile che si è venuta a determinare nel nostro paese, creando a catena anche all'estero un'informazione così negativa che sta facendo letteralmente saltare il sistema Italia. Non so dirti, caro Jonny, cos'altro potrà accadere, ma penso che a questo punto sia meglio che il governo Berlusconi cada e che si rivada subito a votare per far vincere Prodi, perché solo col governo Berlusprodi... scusa... volevo dire governo Prodi... è che Berlusconi non mi esce più dalla testa (non starò mica diventando di sinistra!); dicevo che solo col governo Prodi si potrà ristabilire la normalità in Italia. Con la sinistra al governo, infatti, tutti i nostri militari ritorneranno in patria, né si parlerà neanche di nuove missioni peraltro così rischiose, in mdo che i noglobal e c. siano finalmente soddisfatti e la smettano di fare tanto casino e danno; i ticket sanitari saranno tolti, i comuni potranno spendere, le famiglie avranno più soldi e i sindacati ringrazieranno perché finalmente, dopo la sciagurata riforma delle pensioni voluta da Berlusconi, il nuovo governo ci farà andare prima in pensione e, mantenendo le promesse fatte, invece che tagliarle le aumenterà. Cercherò di tenerti ancora informato, sempre che la situazione non precipiti. Un caloroso abbraccio.
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Invasione dell’Ungheria 1956 – 50 anni dopo. Per non dimenticare
Alle 4,25 del quattro novembre 1956, l'armata rossa entrava in Butapest e, sparando su studenti ed operai, spezzava ignobilmente il sogno di libertà del popolo ungherese, ripristinando la dittatura comunista. La rivoluzione cominciò nel pomeriggio del 23 ottobre. Un folto gruppo di studenti universitari si ritrovò in piazza a Pest per manifestare solidarietà al polacco Gomulka. Agli studenti si unirono moltissimi cittadini ed anche i soldati ungheresi intervenuti per disperderli. La folla crescente, non meno di centomila persone, dopo aver reclamato Nagy, mosse verso il Parlamento, al di là del grande fiume, rovesciò un'enorme statua di Stalin e assediò il palazzo della radio che si era rifiutata di trasmettere un comunicato. Intervenne la polizia di sicurezza, l'AVH, e aprì il fuoco sulla folla uccidendo molte persone. La protesta allora si allargò rapidamente e si trasformò in insurrezione. Due giorni dopo Imre Nagy formava un governo con la presenza di molti moderati, tra cui il filosofo Lukacs, e senza la presenza di stalinisti. Intanto la rivoluzione si era estesa in tutto il paese. Ripresero vita sindacati, associazioni culturali, emittenti e giornali liberi, a suo tempo schiacciati dal totalitarismo comunista, ed in ogni fabbrica si formarono consigli operai. Chiedevano il ritiro dei sovietici e libere elezioni. Ma il 3 novembre il generale Pal Maleter, il ministro della difesa che si era schierato con gli insorti, venne arrestato dai sovietici mentre trattava proprio il loro ritiro dall'Ungheria; e la mattina del 4 novembre i carri armati del generale Lascenko, sostenuti dall'artiglieria e dall'aeronautica, invasero Butapest, trovando un'accanita opposizione soprattutto nei quartieri operai, e repressero nel sangue la resistenza anticomunista. Imre Nagy fu costretto a rifugiarsi nell'ambasciata jugoslava, che poi lo consegnò ai sovietici, e fu impiccato in gran segreto nel giugno del '58, insieme con Maleter ed altri, dopo un processo sommario. Il 7 novembre a capo di un governo fantoccio venne messo Kadar. La sua nomina fu poi retrodatata al giorno 4 per consentire ai sovietici di giustificare il loro intervento a sostegno proprio di quel governo. Kadar, col supporto dell'URSS, annientò in breve tempo le sacche di resistenza rimaste nel paese e ristabilì l'ordine comunista. Fu un bagno di sangue che costò la vita di migliaia di operai, contadini e studenti. L'Unità, organo del PCI, manipolando la voglia di libertà di un intero popolo, scrisse che la rivoluzione socialista aveva il sacrosanto diritto, "guai se così non fosse!", di intervenire con le armi per sconfiggere i “ribelli controrivoluzionari”. Palmiro Togliatti, informato dal Politburo mediante l'ambasciata russa a Roma, dette l'assenso all'invasione. In Parlamento il PCI inneggiò all'armata rossa e "alla funzione liberatrice dell'esercito sovietico”. Giorgio Napolitano chiamò "teppisti e spregevoli provocatori" gli operai e gli studenti ungheresi insorti e, giustificando l'intervento sovietico, lo definì un "contributo alla pace nel mondo". Oggi in Ungheria il 23 ottobre, data di inizio della rivoluzione, è festa nazionale. Il 26 settembre di quest'anno il Presidente Giorgio Napolitano, in visita ufficiale in quella nazione, ha reso omaggio alla tomba di Imre Nagy e al monumento ai caduti della rivoluzione.
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29 ottobre 1975: Mario Zicchieri è ucciso dalle Brigate Rosse. Per non dimenticare “Si parla tanto di perdono – esordisce, - però io mi rivolgo a Morucci, voglio sapere se il nome di mio figlio, Mario Zicchieri, gli dice qualcosa, se si ricorda di avere ucciso un ragazzo che si affacciava alla vita... lei, Morucci, si ricorda di avere ucciso mio figlio, lei, assassino...” E’ la domanda, lo sfogo di Maria Lidia, la mamma di Mario Zicchieri, che irrompe in diretta nella trasmissione di Sky che Luca Telese tra conducendo sugli anni di piombo, che telefona inaspettatamente e lascia tutti di ghiaccio. Ho letto queste parole su Tiscali-blog sotto il titolo “Strali del terzo Millennio”, che comincia con “Caro brigatista” ed è stato postato da Uno nessuno centomila venerdì 28 ottobre 2005 alle ore 18:44:04. A pagina 228 del mio romanzo “La topa di Capannori” (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005), si legge testualmente: “... a Roma, Mario Zicchieri. Ha solo 16 anni ed è già aderente al Fronte della Gioventù. Questa la sua colpa, da pagare con la morte. E’ in via Gattamelata, dinanzi alla sezione del Movimento Sociale del quartiere Prenestino con altri ragazzi. Un commando di comunisti, accecati dall’odio e dalla stupidità, assalta la sezione. Sparano con fucili a canne mozze, come usano fare i mafiosi. Marco Lucchetti, di quindici anni, è ferito gravemente. Mario, invece, stramazza al suolo privo di vita. Pare che il brigatista rosso Bruno Seghetti abbia in seguito dichiarato: “A sparare contro Mario Zicchieri siamo stati in tre: io, Valerio Morucci e Bruno Maccari”. Non verrà creduto”. Il 29 ottobre prossimo ricorre il trentunesimo anniversario della morte del giovanissimo Mario Zicchieri. E dopo 31 anni nessuno ancora ha ammesso la sua colpa, nessuno ancora è stato condannato e nessuno ancora ha pagato. E sapete quale è stato l’atteggiamento di Morucci, presente in trasmissione, quando ha sentito la telefonata di Maria Lidia? Pensate che abbia fatto un veloce esame di coscienza? Che si sia sentito un pochino in colpa dinanzi alla mamma di un ragazzo ammazzato? Che abbia avvertito qualcosa che assomigli ad un pentimento? Torniamo a leggere sul blog: “Morucci rimane immobile, ma mormora a microfoni spenti: “Questo non è uno sportello per il pubblico (!!!), questa non è un’indagine!!!” Poi, in diretta, eviterà di rispondere”. “...Valerio Morucci, l’ex brigatista rosso processato per il delitto, è stato assolto e, dunque, pur avendo commesso questo ingiustificabile omicidio, non ha scontato alcun giorno di carcere, perché la colpa era del “clima”, il “contesto” giustificava tutto e “uccidere un fascista non era reato”. Il 1975 fu l’annus terribilis delle epurazioni contro i fascisti: dal rogo di Primavalle che bruciò vivi i fratelli Mattei (Virgilio di 22 anni e Matteo di soli 9 anni), al colpo di pistola che uccise Mikis Mantakas, a Sergio Ramelli, ucciso a sprangate da Autonomia Operaia”. “E la madre di Zicchieri, come molti di noi, non ha dimenticato e telefona per avere risposte che, come noi, non ha mai avuto. Si domanda perché il figlio fu la prima vittima delle Brigate Rosse, il prezzo di un rito di iniziazione che i brigatisti affrontavano prima di rivolgere altrove e con mire più “alte” la loro cieca furia: Valerio Morucci, Bruno Seghetti e Bruno Maccari, correi in questo omicidio, passarono agli onori della cronaca per il delitto Moro”. “Ci sono tanti segni sui muri di Roma che si ostinano a colmare il vuoto sulle pagine della storia: dai fiori freschi che ogni giorno vengono portati ad Acca Larentia, all’effige di Stefano Recchioni nell’angolo in cui è morto, al nome dipinto di Francesco Cecchin sul terrazzino da dove è stato gettato. Ma questo non può bastare per accettare il sacrificio di giovani ragazzi, strappati alla vita solo perché militanti nella “parte sbagliata”. La “damnatio memoriae” nei confronti di una parte degli italiani, profondamente perseguita dalla nascita di questa Repubblica con sentenze vuote e a volte inesistenti, è figlia di un atteggiamento manicheo fuori dal tempo nel quale la sinistra ancora si adagia con pervicacia. Ma per quanto tempo ancora le si permetterà di perseverare in questa guerra civile?” Mi pongo spesso anch’io questa domanda. E come la mamma di Mario Zicchieri, anch’io spero che tanti assassini abbiano il coraggio, dopo tanti anni, di ammettere i loro gravi errori, di riconoscere i crimini che hanno commesso e che, se è difficile che possano ancora pagare, per lo meno chiedano scusa o si vergognino. Auspico che a sinistra non si continui più ad inculcare l’odio nelle menti dei giovani, odio che tanto danno ha prodotto negli anni di piombo.
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Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 si compie a Milano la strage di piazza Fontana. Una bomba di sette chili di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ una strage: i morti sono 16, i feriti 88. Pochi minuti più tardi altri tre ordigni esplodono a Roma: il primo presso la Banca Nazionale del Lavoro con 13 feriti, il secondo e il terzo tra l’Altare della Patria e Palazzo Venezia con 4 feriti. Un altra bomba è rinvenuta inesplosa, ancora a Milano, presso la Banca Commerciale Italiana e viene fatta brillare subito dopo, forse per eliminare una possibile prova. La funesta giornata segna l’inizio del terrorismo, degli anni di piombo, del periodo più buio della storia italiana del dopoguerra. E’ la strategia della tensione, quel susseguirsi di stragi ed attentati terroristici che insanguinano l’Italia negli anni ’70. Ma chi sono gli artefici di quelle bombe? Chi i mandanti? Quale stratega, italiano o straniero, ha ritenuto utile o necessario portare la nazione sull’orlo dell’abisso? E per quale scopo? Ancora oggi, dopo quasi quarant’anni e ben sette processi, non si conoscono nemmeno gli esecutori materiali di quella strage. Sono stati alla sbarra anarchici, neofascisti e uomini dei servizi segreti, ma la giustizia non ha trovato colpevoli. Gli unici a risultare condannati, incredibile ma vero, sono i parenti delle vittime, che dopo tutto, udite udite!, sono statti obbligati dai giudici a pagare anche le spese processuali. Ci sono stati molti teoremi. Si è anche parlato di strage di Stato. Ma qual’è la verità, quella fatta di nomi e cognomi e di prove serie e decisive? La sapremo mai? Il cui prodest può forse venirci in ausilio, ma solo per una disquisizione indiziaria e non certo esaustiva. A chi ha dunque giovato la strategia della tensione? Al potere economico italiano per imporre una svolta autoritaria a destra e contrastare la deriva, vieppiù crescente e incontrollabile dopo il ’68, delle pretese dei lavoratori sostenute dalla sinistra? Al potere politico italiano nelle mani della DC, che dal terrore procurato dall’eversione di destra e di sinistra, gli opposti estremismi, ricava linfa vitale ed appare la parte più sana della politica nazionale e quindi l’unica deputata a governare il paese? Al MSI, che approfitta della paura del disordine terroristico, attribuito alla sinistra, per farsi paladino della parola “ordine”, incrementare i consensi e costringere la DC a toglierlo dall’isolamento istituzionale e portarlo al governo? Al PCI che, nella statica situazione dei due blocchi internazionali, non ha spazio per una conquista democratica del potere in Italia e pensa di poterci arrivare solo perseguendo la strada della destabilizzazione politica e istituzionale? Agli USA, che intendono mantenere con la DC l’egemonia economica e politica in Italia e, mediante la CIA e i servizi segreti italiani, finanzia sia l’estremismo di destra che di sinistra per alimentare gli opposti estremismi? All’URSS, che si appresta ad invadere l’Europa libera e, alimentando col KGB il terrorismo, tende a sconvolgere e ad indebolire le istituzioni dei paesi occidentali, tra cui l’Italia? Di interrogativi se ne potrebbero porre altri cento. E sono certo che ognuno di noi sarebbe pronto a dare una risposta, un’interpretazione, in ordine alla propria forma mentis, all’esperienza e conoscenza, all’opportunità di parte. Domando: non sono ancora maturi i tempi per rimuovere, non solo in casa nostra, i tanti segreti di Stato, per aprire gli occulti archivi e provare a fare finalmente chiarezza, sempre che sia ancora possibile, su questa ed altre pagine insanguinate della nostra storia recente?
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Com’è cambiata la nostra Italia! Con la sinistra al potere, i poliziotti scendono in piazza a manifestare contro Prodi e gli ex terroristi approdano al governo. - Sergio D’Elia, ex terrorista di prima linea, eletto deputato con la Rosa nel Pugno, diventa segretario di Montecitorio; - Daniele Farina, pluripregiudicato del Leoncavallo, eletto deputato con Rifondazione Comunista, diventa vicepresidente della commissione giustizia della Camera; - Roberto Del Bello, ex brigatista rosso, è segretario particolare del sottosegretario all’interno Francesco Bonato (PRC); - Susanna Ronconi, ex brigatista rossa, entra nella consulta nazionale antidroga. Povera Italia!
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Nella ricorrenza della festa dell’Immacolata Concezione, ogni anno i lucchesi, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa si San Pietro Somaldi, si ritrovano nel largo di via del Fosso, all’imbocco della piazza che ha per sfondo la bella facciata dell’antica chiesa di San Francesco, pantheon della città, sotto la splendida statua della Madonna dello Stellario per rendere omaggio alla Santa Vergine. Alcuni antichi testi liturgici testimoniano che fin dal XIII secolo nella diocesi di Lucca si celebrava il culto dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria; e questo fatto va ad assumere un’importanza particolare se si considera che il dogma dell’Immacolata Concezione venne proclamato solo molti secoli più tardi, l’8 dicembre del 1854, da Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus. La statua della Santa Vergine, collocata sopra una colonna più antica con capitello corinzio molto bello e di indubbio valore storico, venne eretta verso la fine del 1600 e risulta essere il primo monumento all’Immacolata costruito in Italia. Alla sua inaugurazione partecipò non solo il Vescovo, e quindi la parte religiosa, ma anche il Consiglio degli Anziani della Repubblica di Lucca, e quindi la parte pubblica. E ancora oggi, nell’annuale ricorrenza dell’8 dicembre, si ritrovano ai piedi della Vergine sia l’Arcivescovo che le autorità cittadine, a testimonianza dell’immutata devozione della città verso la Madonna. La nota stonata di quest’anno, dopo che il monumento è tornato all’antico splendore grazie ai lavori di restauro eseguiti a cura dei Lions Club Lucca Host e dell’Antico Uffizio della Zecca, è l’assenza del primo cittadino, degli assessori e dei consiglieri comunali. Il sindaco, infatti, è stato sfiduciato dal consiglio il 7 luglio scorso e, di conseguenza, anche la giunta e lo stesso consiglio comunale sono stati sciolti. Il comune di Lucca è attualmente affidato ad un commissario, che rimarrà in carica fino alle elezioni della prossima primavera. Ma tornando al monumento ed alla sua tradizione, è giusto ricordare anche la figura di colui che fu l’artefice della sua costruzione. Nel 1600, in una Lucca che aveva già dedicato nei secoli antecedenti numerose chiese (si chiamava anche la città dalle cento chiese) e anche alcune porte della sue mura al nome di Maria (Porta Santa Maria era la principale della città), assunse grande importanza, per la ulteriore diffusione del culto mariano, la Congregazione fondata da San Giovanni Leonardi e da Flaminio Nobili, Vicario Generale della diocesi di Lucca. Durante il governo diocesano di Flaminio Nobili, che durò ben 45 anni, fu da lui promossa l’istituzione di molte confraternite e la costruzione di numerosi oratori dedicati al nome di Maria. E fu proprio Flaminio Nobili, che abitava l’ di fronte, a fare erigere la colonna con la splendida statua della Vergine Maria, opera dello scultore Giovanni Lazzoni di Carrara, in occasione del Giubileo del 1687. Nel piedistallo del monumento si ammira una veduta della città di Lucca del XVII secolo ed è incisa la significativa iscrizione “Vere libera, serva nos liberos” (Tu che sei veramente libera, conserva anche noi liberi). Con questa preghiera, rivolta alla Madonna, si è inteso coniugare il grande amore per la libertà del popolo lucchese con la sua altrettanto grande e sentita devozione per la Vergine Maria. Devozione che rimane tuttora intatta e che la città continua ad esprimere non solo con l’annuale presenza sotto il monumento di autorità e cittadini, ma anche col gesto simbolico della deposizione sulla statua, con l’ausilio di un mezzo dei vigili del fuoco, di due corone di fiori, una per conto della parte civile e l’altra per conto di quella religiosa.
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