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riccio domenico's blog
Ultimo aggiornamento il: 04/09/2007 6:05 pm

   La topa di Capannori - recensioni
[07/11/2006 1:06 pm]
Recensione del Prof. Ettore Borzacchini
(da Il Tirreno del 5 ottobre 2005 - Rubrica: Spettacoli e cultura)
La riscoperta della "topa di Capannori" si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione, il quale affascianato da questa espressione di cui si stava perdendo l'uso e la memoria, le ha dedicato non solo un pregevole romanzo, La topa di Capannori, Biagini 2005, ma ne ha ricostruito il significato e recuperato la gustosa immagine, attraverso un'indagine che tra l'altro ha il merito di collegare la dispersa cultura del popolo degli emigrati dalla terra lucchese, con testimonianze pressoché dimenticate di valenti storici del costume locale.
Se della topa di Capannori infatti ancor se ne parla, allegoricamente, nelle veglie dei vecchi pionieri lucchesi in California, si è dovuto faticar non poco per sapere cos'è, cos'era veramente e andarla a ritrovare in questa plaga della Toscana, dove nel tanto - dal Borzacchini - amato linguaggio di basso registro la topa occupa un posto di tutto rispetto definendo, come più volte da noi trattato, il complesso e gradevole panorama dell'organo genitale femminile, così come ce lo ha tramandato la più antica tradizione orale de' nostri antenati che furono contemporanei del Boccaccio, del Poliziano, del Machiavelli; "...ah, "topa", dolce e morbido lemma, magico evocatore di segreti pelami intravisti tra la coscia e il corpo..." (cfr.: Schwarzkopfen e Bartholdy, La topa, culto e miscredenza presso i popoli primitivi della Toscana costiera, Loreto 1964).
Si è appurato così che la "topa di Capannori" altro non era che un mascherone scolpito in legno, applicato all'orologio della chiesa principale del comune di Capannori, territorio eminente del vasto demanio paleodemocristiano della piana di Lucca, la qual icona con un ingegnoso meccanismo apriva e chiudeva la bocca dalle grandi e carnose labbra al batter dell'ore, e presumibilmente raffigurava una divinità pagana, Cronos, a rammentare alle genti l'ineluttabile divorar del tempo i destini dei mortali.
Terribile doveva essere l'effetto e di qualche jattura considerato quell'aggeggio, se ad esso fu affibbiato, dalla fantasia popolare e con apotropaico intento il nome di "topa", un po' forse per la forma di quella bocca e un po' per esorcizzarne con un'immagine di arguta e irriverente fantasia i possibili malauguri. Per molto tempo e gloriosamente troneggiante sul campanile essa doventò luogo comune (tòpos quindi, oltre che topa - Crepet) d'identità del paese e si trasferì nel lessico comune a indicarne alcunché di rimarchevole e altamente rappresentativo, tanto che lo stesso Giacomo Puccini in almeno due lettere familiari fa ad essa riferimento come paradigma di grandezza e di profondità.
Non resta da dire altro che attualmente il mascherone è conservato con cura amorevole nella sacrestia e che si è formato un movimento d'opinione, non scevro da capziose polemiche politiche, inteso alla sua ricollocazione sul campanile; chi trova riduttivo se non lesivo dell'immagine di Capannori assurger di bel nuovo al titolo di "paese della topa" evidentemente trascura i vantaggi anche economici e vivaddio culturali derivanti da una D.O.C. di questo genere nel quadro dell'apprezzamento del prodotto europeo a fronte delle dilaganti imitazioni del mercato asiatico (cfr.: Romano Prodi, Verso l'eurognocca, Fabbrica di Programma, Bologna 2005).

Recensione del Prof. Alessandro Bedini
INTRIGO E TRADIZIONE NEL ROMANZO DI RICCIO
Il mascherone di Capannori al centro del terzo libro del vicesindaco
(da Il Tirreno del 14 settembre 2005 in cronaca di Lucca)
E' il terzo romanzo in tre anni e si intitola "La topa di Capannori". Domenico Riccio, attuale vicesindaco, ha voluto recuperare un'antica tradizione della Lucchesia. La topa di Capannori, infatti, era un mascherone posto sul campanile della chiesa del paese, che si muoveva ogni volta che l'orologio batteva i quarti d'ora. La veste tipografica sontuosa, ideata dall'editore Gino Biagini, e la prefazione di Altero Matteoli, ministro dell'ambiente, impreziosiscono le pagine scorrevoli e curate scritte da Riccio.
Si tratta di un percorso autobiografico che ha inizio con una scoperta - l'esistenza della topa di Capannori della quale l'autore viene a sapere nel corso di un suo soggiorno negli Stati Uniti - da una signora che fa parte dell'associazione Lucchesi nel mondo.
Da quel momento l'idea prende forma, la trama comincia a dipanarsi, le pagine si susseguono incalzanti, fino ad arrivare a 320. Un libro ponderoso e anche complesso. Diviso in due parti "la prima ludica, la seconda seria" ha precisato l'autore nel corso della presentazione alla stampa. L'aspetto ludico ripercorre la storia di questo mascherone che fino agli anni Venti del secolo scorso campeggiava sul campanile della chiesa di Capannori. Ne ha parlato persino Giacomo Puccini in due lettere destinate alla sorella Ramelde e al cognato Raffaello Franceschini. La seconda parte lascia spazio a un sapido intreccio di sentimenti, politica, vita vissuta nei fatidici anni Settanta, quelli di piombo, della guerra civile strisciante tra giovani di destra e di sinistra.
Riccio ricostruisce quel clima, lascia assaporare al lettore il gusto amaro dell'essere di destra e quindi emarginati, anzi, trattati come dei paria della società. Sullo sfondo si muovono personaggi lucchesi e non, gli amici d'infanzia, le prime ragazze, i compagni di un'avventura politica ed esistenziale non ancora conclusa. Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, due leader del Movimento sociale italiano a Lucca e in Toscana, compaiono spesso nelle pagine del libro, è un ricordo commosso e denso di significati.
"La topa di Capannori" non è solo un tuffo un po' azzardato nella tradizione locale, ma la paziente tessitura di una tela che sarebbe piaciuta tanto a Riccardo Bacchelli, per la pazienza, la cura, l'acume, la passione con cui è stato scritto. Tra il serio e il faceto questo libro ci porta indietro nel tempo, nella geografia, nella storia, ci narra di un microcosmo che ha segnato molte esistenze, qualcuna perduta altre no, un mondo a molti sconosciuto sul quale l'autore ha gettato un fascio di luce.



   La topa di Capannori - presentazione
[07/11/2006 1:08 pm]
PRESENTAZIONE DEL MINISTRO ALTERO MATTEOLI

Tradizione popolare, cronaca politica, ragione e sentimento, paura, rabbia e quotidiano: tutto questo emerge dalle pagine di un libro che, attraverso l'affabulazione, ripercorre la matassa di un filo che si ricongiunge addirittura dall'altra parte dell'Oceano, in America.
Ed è proprio in questo quadro, da "Lucchesi nel mondo" alla ricerca di sé stessi, che lautore attraversa un percorso a me caro, fatto di militanza politica in una terra che ormai da anni è per me una specie di seconda patria, sede di luoghi che sono stati teatro dei miei primi successi e delle mie sconfitte.
Perché le grandi maturazioni degli uomini, delle idee e dei partiti, avvengono nei momenti di maggiore difficoltà ed a seconda dell'ambiente in cui si verificano. Non vi è dubbio che l'ambiente è uno dei fattori fondanti dell'identità.
L'interazione tra l'uomo ed il territorio in cui esso vive produce nel tempo una serie di reciproche modificazioni che finiscono per caratterizzare in maniera univoca entrambi. Gli uomini assumono una loro precisa connotazione culturale grazie all'ambiente che li circonda.
Nel corso dei secoli si sono così formate forti identità territoriali cui sempre è stato legato lo sviluppo economico e culturale delle diverse aree. Lucca, per esempio, risente ancora del fatto di essere stata indipendente dal Granducato per oltre sei secoli.
E così "La topa di Capannori" acquista qui un valore quasi esoterico, che al di là della sua connotazione oggettiva di maschera semi-parlante apposta sopra un campanile, ma che diviene quasi un simbolo recondito e dimenticato della forza di un popolo di grandi tradizioni popolari e culturali, quale quello della piana lucchese.
Ma è attraverso la cronaca degli anni settanta, di quegli anni di piombo terribili e indimenticabili, che rivedo una per una le facce degli amici citati nel volume: persone che, in molti casi, mi hanno accompagnato per tutta la vita.
L'anticomunismo è qui un valore che fa da collante in ogni pagina, la significanza estrema di molti percorsi, di tante scelte di cui oggi si è persa la memoria.
Proprio in quegli anni, nella vita sociale del nostro paese, qualcosa cambiava: la modernizzazione divenne un fatto reale, compiuto e si posero le basi per quello che, nel decennio successivo, sarebbe stato il boom dello strapotere dei media, della politica gridata in televisione dopo decenni trascorsi all'ombra delle federazioni.
Ma cosa rimane di quel mondo?
Cosa resta di un partito come il Movimento Sociale Italiano messo al bando da ogni forma mediatico-informativa, eccezion fatta per la cronaca nera? Quale cronista ha avuto il coraggio di intervistare chi gridava "Fascista basco nero il tuo posto è al cimitero" e soprattutto spiegare alle masse il perché di quella follia collettiva? La guerra delle parole, di cui Almirante tratta ampiamente in un discorso fedelmente riportato da Riccio, deve continuare ad essere perduta per sempre? Chi parlerà ancora di "Autobiografia di un fucilatore", del "Processo alla Prima Repubblica" e di tanti scritti che il segretario missino ha profuso in gran numero?
Questo non è vittimismo, ma la pura e semplice constatazione che, in assenza di un'organica documentazione di partito, la storia del medesimo è affidata al ricordo ed alla buona volontà di chi c'era nel testimoniare un percorso che deve essere comunque consegnato alla storia.
Ed è anche per questo che un libro come quello scritto dall'amico Riccio è importante.
Importante non solo per rievocare tra noi quanti e chi eravamo, ma soprattutto per parlare di noi a chi non c'era, oppure era troppo distratto dalle cose del mondo per ricordare che, nella civilissima Italia, c'era gente che gridava e moriva per un ideale, pagando a caro prezzo una vita controcorrente.
Ma se è vero che non si può basare un percorso politico sul rimpianto e la vendetta, è giusto tener presente che esistevano uomini come Danilo Ravenni e Beppe Niccolai che questo steccato l'avevano già saltato.
Rammento le nostre cene, i momenti di intimità in cui la politica correva di pari passo con l'evoluzione di una comunità dai vincoli fortissimi; ricordo gli scherzi, i comizi, gli scontri talvolta violenti, la vita vera, due uomini che si sentivano giovani nelle idee prima che nelle azioni.
E insieme a loro gli amici dei comitati centrali, la vita di provincia, la violenza delle piazze e, soprattutto, la passione. Ché la passione è sempre sinonimo di libertà, qualunque sia la sua origine: sia essa politica, fisica, intellettuale.
Guai all'uomo che non sa lasciarsi andare, che non sa sbagliare e dunque trovare nel fondo del proprio animo un palpito che meriti di essere vissuto.
Il protagonista del libro, Damnic, è sicuramente un ragazzo come tanti, ma con una storia particolare da raccontare e soprattutto un'esperienza da vivere che ci intriga pagina dopo pagina sino al lieto fine, sempre sospinta da un immenso amore per la libertà.
Proveniente da una famiglia democristiana, c'è qui tutto il tormento di una scelta diversa da quella che era stata voluta per lui, passando attraverso delusioni profonde ma efficaci, perché attraverso queste ha trovato la propria strada, affrancandosi dalla famiglia e diventando un adulto.
E la politica, a volte, può essere maestra di vita, magari attraverso il gioco di sintesi e teoremi che ci costringe a svolgere, magari inconsapevolmente.
E sullo sfondo dell'azione letteraria, l'orgoglio della terra di Lucca di essere latrice di messaggi di libertà, di voglia di crescere attraverso la politica, l'amicizia, il sacrificio, la vita.
Ma regina incontrastata è lei, la protagonista, la topa di Capannori che, tra scherzi e facili doppisensi, è avvezza a scandire le ore, ora accompagnando una campana ora metafora di immagini procaci, e lasciata per anni nell'ovattata quiete di una canonica.
Ma il destino la scova.
Perfino Giacomo Puccini nello scritto fedelmente riportato da Riccio dichiara: "Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori", dimostrando che, in fondo, anche i grandi artisti alle volte si fanno prendere la mano all'affabulazione popolare.
L'ineluttabilità dei tempi e del loro cammino porta nuovamente la vecchia maschera di legno alla ribalta delle cronache con tutta la verve e lo spirito di uno scrittore diventato toscano che, seppur dedito alla politica, dimostra di aver saputo ben coltivare, parallelamente, la passione dello scrivere.
Seconda solo, mi auguro, a quella del vivere.
Altero Matteoli
Ministro dell'Ambiente



   La topa di Capannori - romanzo
[07/11/2006 1:08 pm]

IN LIBRERIA LA “TOPA DI CAPANNORI” DI DOMENICO RICCIO
(Presentazione del romanzo alla stampa in Lucca il 10 settembre 2005)

“Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori”. Così scrive Giacomo Puccini in una lettera inviata alla sorella Ramelde. E in un’altra spedita al cognato Raffaello gli chiede: “Fa’ fare un cartello come la topa di Capannori”.Domenico Riccio, vicesindaco di Lucca, è stato uomo di parola. “Avevo promesso – dice – un libro dall’ineluttabile titolo “La Topa di Capannori”, ve l’ho fatto desiderare ed ora eccovi accontentati. Ed ho cercato di fare un bel volume, anche dal punto di vista estetico”.Edito da Edizioni Biagini, il libro, con copertina cartonata in tela e impressioni in oro e sovracoperta su cui spicca la foto della topa di Capannori, ha 320 pagine, costa 20 euro e si può acquistare da domani nelle migliori librerie di Lucca e provincia o presso la UGL, in Lucca, piazza S. Frediano n.15 (tel. 0583 491164).Arricchito dall’ampia presentazione del Ministro Altero Matteoli, che si sofferma a ricordare i suoi rapporti d’amicizia con l’autore e con molti personaggi citati nel libro, in particolare con Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, questo volume, che è il terzo romanzo di Riccio in tre anni (prima aveva pubblicato I racconti dell’infanzia di Damnic e Il seminarista, oltre ai due volumi di poesie: Damnic e Nesso), si compone di due parti: quella ludica e quella seria.“La parte ludica – spiega Domenico Riccio, che lo ha presentato ieri in una conferenza stampa presso i locali completamente ristrutturati della Stella Polare in Piazza Grande, - narra della mia scoperta della topa di Capannori in America, in casa della signora Laura Padreddii, una Lucchese nel Mondo di Fremont in California; degli strani e simpatici commenti di alcuni miei amici al ritorno a Lucca; dei libri del Micheli e del Lera che parlano della “topa” e delle eccezionali e già citate lettere di Giacomo Puccini, che è vissuto nel tempo in cui la topa era ancora al suo posto. Poi si interrompe e riprende nella parte conclusiva, raccontando la mia visita alla topa, che il parroco di Capannori si tiene in canonica tutta per sé, come diceva la simpaticissima signora Laura, il clamore sollevato sulla stampa da una mia lettera aperta all’allora sindaco di Capannori, Michele Martinelli, con la quale lo invitavo a rimettere la topa sul campanile, le interviste e le lettere dei cittadini, molti dei quali avevano sentito parlare per la prima volta della topa di Capannoni, una bella poesia di Giuliano Cesaretti e chiude con l’incontro tra me e Giorgio Del Ghingaro, nuovo sindaco di Capannori, al quale ho chiesto di risolvere una volta per tutte il problema della topa”.“E’ un libro – aggiunge il vicesindaco Riccio – che i lucchesi e soprattutto i capannoresi non possono non leggere. Oltre a capire meglio cos’è e cosa rappresentava la topa di Capannori, scopriranno anche cosa sono le “sorche dei cuoiai” e sapranno soprattutto chi è il più grande amatore di donne di Lucca, che peraltro è tuttora in “attività” e continua ad arricchire il suo incredibile ed invidiabile carniere”.La parte seria è, invece, un vero e proprio romanzo. Una storia sentimentale, ambientata a Lucca tra un ragazzo del sud di nome Damnic e la sua topa di Capannori, una ragazza del posto che si chiama Anna. Non potevano mancare i riferimenti, anche forti, agli anni di piombo, al terrorismo, a quei giovani dell’odio che hanno combattuto con le armi contro avversari e istituzioni, che hanno insanguinato l’Italia e lambito soltanto, per fortuna, la terra di Lucca.




   La sfida di Fazzi - instant book
[07/11/2006 1:11 pm]

Tra la fine di agosto e l’estate di San Martino del 2005 un vero e proprio tsunami politico si è abbattuto su Lucca.I giornali locali e nazionali hanno registrato gli incredibili avvenimenti che hanno scosso la città e che hanno visto protagonisti il sindaco Pietro Fazzi e il presidente del Senato Marcello Pera. Attingendo direttamente alla cronaca dei giornali, l’ultimo libro del vicesindaco di Lucca Domenico Riccio, intitolato “La sfida di Fazzi”, fa rivivere giorno dopo giorno i vari passaggi che hanno portato al duro scontro tra Fazzi e Pera ed alla irrimediabile frattura tra il sindaco e Forza Italia, con le conseguenti ripercussioni sull’amministrazione comunale, e quindi sulla città, che ancora oggi permangono. “Partendo dall’attacco di fine agosto del sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni contro Pietro Fazzi ed una sua possibile candidatura alla Provincia – spiega Riccio, - questo libro ripropone tutte le fasi che si sono susseguite: dalla reazione del sindaco alla sua pesante comunicazione in consiglio comunale sulla vicenda Gesam Gas; dall’immediata espulsione dal partito decisa dai vertici nazionali alla decisione di sfiduciarlo” .Per coloro, poi, che vogliono approfondire maggiormente la questione, nelle “appendici” del libro di Riccio sono riportati anche importanti documenti riguardanti la vicenda. (10 gennaio 2006)

ATTENZIONE: “La sfida di Fazzi” (160 pagine al costo di 10 euro) doveva essere in libreria nei primi giorni del gennaio 2006, ma a causa di una gravissima ed irreparabile “frattura” tra lo stesso Riccio e Fazzi, intervenuta agli inizi di febbraio del 2006, il libro “La sfida di Fazzi” è stato ripudiato dall’autore e mandato al macero.


   Ezra Pound (di Domenico Riccio)
[12/12/2006 5:46 pm]
“Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, vuol dire che le sue idee non valgono nulla o che non vale nulla lui”.

Me lo disse per la prima volta l’onorevole Beppe Niccolai dopo un rischioso comizio tenuto da Marco Cellai in piazza San Michele a Lucca verso la metà degli anni ’70. Assaltati a più riprese da una democratica massa di estremisti di sinistra, che era intervenuta a Lucca da mezza Toscana per impedire alla destra di parlare, se la polizia che ci difendeva avesse ceduto, per noi sarebbe stata la fine.

“Non sono parole mie – aggiunse Niccolai, - ma di Ezra Pound, il grande autore dei Canti Pisani.

“Di chi?”, chiesi io, che non lo avevo mai sentito nominare e non avevo neanche ben compreso quel nome straniero.

Beppe Niccolai mi guardò con estrema severità, rimproverandomi aspramente con gli occhi per quella mia ignoranza e, senza dubbio perché deluso e adirato, non mi rispose.

Capii allora che per uno di destra era una mancanza che doveva essere colmata.

Domandai ad un amico professore e questi, non appena gli feci il nome alquanto storpiato di Ezra Pound, mi ridisse la frase di Niccolai, che era dunque conosciuta, ma non volle, o forse non seppe, dirmi altro.

Mi segnai comunque la frase. Mi piacque, la feci mia, cercai di metterla in pratica ed ora sono certo che mi ha fortemente condizionato, forse per l’intera vita.

Qualche anno più tardi trovai su una rivista di destra alcuni dei suoi famosi aforismi, ma il primo libro che mi è capitato fra le mani è stato quello di Giano Accame pubblicato nel 1995 col titolo “Ezra Pound economista – contro l’usura”. Un ottimo libro, molto chiaro. Lo lessi nel giro di un paio di giorni e presi anche degli appunti, che mi piace riproporre.

Il grande poeta dei Cantos non beveva, non fumava e vestiva come gli capitava; non aveva automobile, spendeva poco, non ebbe mai debiti, né problemi personali con gli usurai. L’avversione all’usura fu quindi disinteressata, tutta concettuale.

Ha fatto della sua opera e della sua vita una crociata contro l’usura, definita nei Cantos la bestia centipede che soffoca il figlio nel ventre.

Si prodigava molto per i suoi amici artisti. Scrisse Hemingway: “Ezra Pound dedica un quinto del suo tempo lavorativo a scrivere poesie. Nel tempo restante cerca di promuovere il futuro, sia materiale che artistico, dei suoi amici”.

Sposato con Dorothy, amava anche la musicista Olga Rudge, dalla quale ebbe un figlio. E la moglie lo ricambiò andando in Egitto e rimanendo a sua volta incinta con un altro.

Nella sua poesia irrompe l’economia. Nei Cantos l’economia occupa la parte che nella Divina Commedia di Dante è quella del sapere teologico. Si sentiva un riformista economico. E quando venne in Italia, la nazione in cui si è trovato meglio, le sue simpatie per Mussolini erano soprattutto in funzione di farsi accettare come tale.

Voleva che la sovranità economica fosse nelle mani dei popoli e non dei mercanti di denaro.

Fu tra i primi a sostenere che bisognava lavorare meno per lavorare tutti. “Tecnici di buon senso e uomini saggi – sosteneva Pound nel suo ABC of economics – ci assicurano che la questione della produzione è risolta. L’apparato produttivo mondiale può produrre tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno. Non c’è la minima ragione di dubitarne. Con l’aumento dell’efficienza meccanica, la produzione di cui si è ora parlato richiederà sempre meno tempo e fatica umana. In una sana economia questa fatica, per varie ragioni, dovrebbe essere distribuita fra una quantità molto considerevole di persone... Lascia lavorare l’uomo quattro ore per la paga o, se lui desidera lavorare ancora, lascialo lavorare come ogni artista o poeta, lasciagli abbellire la casa o il giardino o allungare le gambe in qualche forma di esercizio o piegare la schiena su un tavolo da gioco e star seduto sul suo sedere e fumare... Lo so, non dalla teoria ma dalla pratica, che potete vivere infinitamente meglio con pochissimi soldi ed un mucchio di tempo libero anziché con più soldi e meno tempo. Tempo non è denaro, ma è quasi tutto il resto”.

Simpatizzante del fascismo, non era fascista (non si iscrisse mai né al partito né ad organizzazioni collaterali) e non era anticomunista. Nel 1931 dichiarò: “Il partito comunista in Russia e il partito fascista in Italia sono degli esempi di una aristocrazia attiva. Vi sono i migliori elementi, pragmatici, coscienti, gli elementi più riflessivi e volitivi delle loro nazioni”.

E faceva spesso paragoni positivi tra Mussolini e Lenin, più libero quest’ultimo perché “non aveva il Vaticano nel suo giardino”, pensando che le due rivoluzioni del secolo (bolscevica e fascista) dovessero essere intercomunicanti. La stessa cosa provò anche il suo amico Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo.

Scambiò il fascismo per un sistema di libertà perché in Italia ci stava bene e, dopo aver provato l’intolleranza americana (era stato buttato fuori dall’università per aver ospitato una notte, pare anche innocentemente, un’attricetta squattrinata che non sapeva dove andare a dormire), ci si sentiva più libero. Era un pacifista, un non violento, e non gli piacevano le divise.

Fu l’unico poeta ammesso alla Bocconi, la più importante università commerciale, a tenere un ciclo di conferenze sull’economia.

Ma i suoi progetti di riorganizzazione economica nazionale ed internazionale furono liquidati dalla segreteria del Duce con note ad uso interno come questa: si tratta di un progetto strampalato concepito da una mente nebbiosa, sprovvista di ogni senso della realtà. Qualcuno ha detto: “Pound non ha capito il fascismo e il fascismo non ha capito Pound”.

Alla nascita della Repubblica Sociale Italiana, si entusiasmò per i 18 punti di Verona del Partito Fascista Repubblicano e sperò che, dopo la socializzazione delle imprese, Mussolini accettasse anche i suoi principi di riforma economica e confuciana. Si definì fascista di sinistra e nei cantos 72 e 73 esalta gli ideali, pur cominciando con le parole guerra di merda. Nel canto 72 molto bello e intenso l’incontro di tipo dantesco con lo spirito di Marinetti, morto il 2 dicembre 1944.

Nella rivista Italia e Civiltà si leggeva: “Sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compagni, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il loro nemico”. Era anche il pensiero di Ezra Pound.

“Questa guerra non fu cagionata da un capriccio di Mussolini né di Hitler. Questa guerra – sostenne Ezra Pound – fa parte della guerra millenaria tra usurai e contadini, fra l’usurocrazia e chiunque fa una giornata di lavoro onesto con le braccia o con l’intelletto”. “Per questa affermazione – scrive Giano Accame – finì in manicomio”.

Accusato di tradimento dagli USA già nel luglio 1943, fu arrestato il 3 maggio del 1945 e portato a Pisa presso il Disciplinary Training Center, dove fu rinchiuso in una gabbia per gorilla e trattato peggio di una bestia per tre settimane. Dovette combattere contro se stesso per non impazzire. Il 18 novembre, dopo aver scritto in infermeria i Canti Pisani, che sono il meglio della sua opera poetica, fu trasferito in America dove, senza processo, fu dichiarato infermo di mente e chiuso per dodici anni nel manicomio criminale di St. Elizabeths”.

Nel marzo del 1949 Eugenio Montale lo presentò ai lettori italiani con un articolo sul Corriere della Sera intitolato Fronde d’alloro in un manicomio. “Poesie di un pazzo? – scrisse Montale a proposito dei Cantos. – Nemmeno per sogno, a meno che non si vogliano considerare come pazzi i tre quarti degli scrittori d’avanguardia contemporanei. L’opinione corrente è che Ezra sia stato considerato pazzo per salvarlo dal carcere perpetuo o dalla pena di morte”.

Molte personalità americane e molti altri scrittori e poeti italiani, tra cui Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Piero bigongiari, Giorgio Caproni, Libero de Libero, Carlo Bo, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alberto Moravia, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Clemente Rebora, Umberto Saba, Ignazio Silone, Giuseppe Ungaretti e Cesare Zavattini, chiesero a più riprese la sua liberazione. La stessa cosa fece anche José V. de Pina Martins da Radio Vaticana.

Uscì dal manicomio il 7 maggio 1958 e si imbarcò per l’Italia con la moglie Dorothy e l’amica Marcella. All’arrivo fece il saluto romano e disse che l’America era tutta un manicomio.

E’ morto il 1° novembre del 1972, quando io avevo già 22 anni. Avrei potuto incontrarlo e parlarci!

 


   Giacomo Puccini e la topa di Capannori
[01/02/2007 10:10 pm]
Giacomo Puccini ha vissuto nel tempo in cui la topa era ancora sul campanile della chiesa di San Quirico e Giuditta. Capannori era un piccolo centro della piana lucchese famoso per essere il “paese della topa”, quindi tutti a Lucca ne avevano sentito parlare. E Puccini ne conosceva bene anche la forma e il significato.
Mi piace immaginare il grande maestro che passa in carrozza per Capannori, si ferma sul piazzale antistante la chiesa, alza gli occhi verso il campanile, guarda curioso quella brutta faccia con i due grossi labbroni che si aprono e si chiudono al rintocco delle ore ed osserva pensieroso l’intera immagine che rappresenta la morte col falcione in mano ed avverte inesorabile: “Nescis qua hora veniam”!
Cosa avrà pensato? Quale sarà stata la sua prima reazione istintiva? Lascio la risposta a voi intenditori, a voi che avete pazientemente sviscerato tutti i meandri dell’animo e del carattere dell’insigne maestro. Io, al suo posto, avrei aperto entrambe le mani e avrei subito richiuso i medi e gli anulari, tenendoli ben fermi con i pollici. Poi mi sarei anche toccato.
E’ stato Franco Ravenni a dirmi per la prima volta dell’esistenza di una lettera di Puccini nella quale era citata la topa di Capannori. Era venuto a trovarmi in ufficio per discutere di questioni di vario genere. Prima di lasciarmi, mi ha chiesto se potevo sostituirlo in un incontro del giorno successivo presso la sede di Forza Italia, avendo egli già programmato di recarsi con la famiglia in montagna per il fine settimana. Con lui sarebbe partita anche la sorella Gabriella. Dopo avergli assicurato la mia presenza alla riunione, ho pensato di regalargli una copia del mio ultimo libro “Il seminarista”. Gliene ho consegnato due, una per lui e l’altra per Gabriella.
- Così avete qualcosa da leggere e non vi annoiate.
Vedendo i libri, gli è venuta in mente la lettera del maestro.
- Chiama mia sorella - mi ha detto. - Lei conosce una lettera di Puccini in cui si parla della topa di Capannori. Potrebbe servirti per il libro.
Si riferiva al libro sulla topa di Capannori, a questo. Franco ne era a conoscenza, perché ne avevo già dato notizia alla stampa locale, che l’aveva pubblicata in cronaca di Lucca, in occasione della presentazione all’hotel Alexander dell’altro mio libro “I racconti dell’infanzia di Damnic”.
Non avrei mai immaginato che anche il maestro Puccini si fosse in qualche modo interessato della topa di Capannori.
- Non ci posso credere! - ho esclamato.
- Potresti fare addirittura uno scoop! - ha aggiunto Franco. - Credo che la lettera sia inedita e potresti essere il primo a pubblicarla.
- Magari! E che dice la lettera?
- Questo proprio non lo so. Devi sentire Gabriella.
Appena mi è capitato di incontrare Gabriella Ravenni, che tra l’altro è direttrice della Fondazione Puccini, le ho subito chiesto della lettera del maestro e lei me ne ha confermato l’esistenza.
- “Devi mettere un cartello come la topa di Capannori!”, così mi sembra che abbia scritto Puccini - ha spiegato Gabriella - in una lettera inviata al cognato. - Sai - ha aggiunto sorridendo, - quando ci è capitato di leggerla per la prima volta, non si è mica capito a cosa volesse riferirsi! Nessuno di noi sapeva ancora della topa di Capannori!
- Dov’è che il cognato avrebbe dovuto mettere il cartello?
- Davanti alla porta della casa del maestro, quella in corte San Lorenzo. In sostanza Puccini gli chiedeva di apporre un cartello ben visibile, appunto come la topa di Capannori, così sarebbe stato più facile affittare la casa, visto che lui ormai viveva a Milano già da un pezzo e la casa di Lucca era ancora sfitta.
- Puoi farmela avere una copia della lettera?
- Certamente! La cerco e appena la trovo ti chiamo.
Nel frattempo è venuto a trovarmi Oriano De Ranieri, giornalista della Nazione e autore di un interessante libro sul maestro lucchese intitolato “Giacomo Puccini: luoghi e sentimenti”. Dopo avermi chiesto, come fanno ogni mattina i giornalisti della stampa locale, se avevo notizie da far riportare in cronaca di Lucca, il discorso è scivolato, non ricordo come, sulla topa di Capannori.
- Lo sai - ha detto Oriano - che anche Giacomo Puccini parla della topa di Capannori in una sua lettera?
- Sì, lo so. Ma tu come fai a saperlo?
- Tra i documenti che ho usato per il mio libro c’era anche quella lettera.
- E perché nel libro non l’hai menzionata?
- Perché lo spazio era limitato.
- Penso che tu abbia fatto un errore a non riportare una cosa così simpatica.
- Penso anch’io, ma ormai è pubblicato.
- Meglio! Così potrò inserirla nel mio libro.
- Siamo tutti in attesa di leggere il tuo libro sulla topa.
- Puoi farmi avere una copia di quella lettera? Dovrebbe portarmela Gabriella Ravenni, ma se me la fai avere prima, mi fai un piacere.
- La cerco oggi stesso e domattina te la porto.

Oriano è stato di parola e l’indomani ho avuto la lettera del maestro. Ma c’è stata una simpatica sorpresa.
Ho cominciato a leggere.
“Milano, 28 dicembre 1898. Puccini alla sorella Ramelde - Pescia”.
- Perché è indirizzata alla sorella? - mi son subito chiesto. - Non doveva essere indirizzata al cognato? Strano che la Gabriella non sia stata precisa! Mah! Andiamo avanti.
“Cara Ramelde,
tu festi il Natale a letto? Io quasi. Siamo tutti un po’ raffreddati. Ora spero sarai guarita e con te Tetto. Qui è venuto il freddo ora. Io lavoro e vado avanti un po’ lentamente ma questo è il solito mio modo. Milano m’è diventata d’un uggioso tale da farmi avere i nervi sempre o quasi.
Per me la campagna è un bisogno, è un’urgenza come quando scappa forte e c’è gente e non si può fare! Vorrei essere a Torre, (perché Torre per me è l’ideale), tu non dividi: è meglio così perché me lo tengo per me tutto. Vorrei esserci solo di persone civili (almeno mi credo tale) senza Ginori, Caarabbia, Tordello, Boccia, baccello, il Sor Ugenio, (quello ci vuole per il furtarello che tiene sveglia l’intelligenza al proprietario e acuisce vieppiù il giro pesca della tranquillità poverella del paese benedetto dalla natura).
Ora devi sapere che sono quasi le tre di notte, tutto tace e dorme. Ho scritto dieci lettere e gli occhi mi si chiudono come trappole di topi, svelte svelte. Scrivo perché voglio veder coperto il foglio di questo carattere nervoso e irregolare come i miei pensieri. E’ proprio vero dal carattere si conosce il carattere. Che massima profonda! Anzi, meglio, che massimina profonda... Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori”.
- Eccola finalmente la frase che riguarda la topa di Capannori! Però non è quella di cui mi aveva parlato la Gabriella! Sarà scritta più avanti.
Ho proseguito nella lettura.
“Salutami il fagianaio scoppialatore al vento, poveraccio! E’ crudeltà la mia ma alle tre di notte è permesso diventare crudeli, quasi Tommasi. Quest’estate andrò all’Abetone, se non cambio idea come cambio spesso carattere. A marzo vorrei andare a Torre. Secondo il lavoro che è il primo mio pensiero, perché se il lavoro non riesce terso come un cristallo, io posso cader di quarto come fece Sesto Caio Baccelli che, bevendo un quinto, si trovò che, invece di andare a Roma dove regnava allora Pio Nono, si ritrovò invece a Diecimo.
Addio, auguri a tutti, aff. G. Puccini. Saluti e auguri a Dide e Otilia.”
Ma qui non c’è nessun accenno al cartello grande come la topa di Capannori! La cosa non mi quadra. La Gabriella è una profonda conoscitrice del maestro, una delle più grandi, e se mi ha parlato di un cartello, sono sicuro che non se l’è sognato. Vuoi vedere che esiste una seconda lettera?
La mia tesi non era sbagliata. Dopo qualche giorno, infatti, Gabriella Ravenni mi ha fermato in via Santa Giustina e mi ha consegnato la copia di entrambe le lettere.
- Sì. Ne ho trovato anche un’altra che parla della topa di Capannori! - ha detto. - Purtroppo, però, non puoi fare nessuno scoop. Le lettere non sono inedite, sono già state pubblicate nel 1973 da Arnaldo Marchetti nel libro "Puccini com'era", edizione Curci, Milano.
Peccato per lo scoop! Comunque l’ho ringraziata di cuore e ho letto immediatamente la seconda lettera, quella intestata al cognato.
“Milano, 7 gennaio 1899. Puccini al cognato Raffaello Franceschini - Lucca”
“Caro Raffaello,
sono le due di notte. Lavoro ma n’ho poga voglia. Penso a Punta Grande, e mi consolo. Ramelde è ciottoro? Passerà, te lo di’o io. Son nervi, dice ‘arola. Domani è domeni’a. Al tocco vien Carignani a prendermi. Si va un pogo in giro, ma questa Milano mi fa vomitare, non la posso soffrire, ma ci sto pogo perché a marzo porto via le palle. Lunedì alle 12,30 parto per cinque o sei giorni e vado a Parigi (nespole, dici te). E’ proprio per mi’ sfogo perché non c’è bisogno che parta. Ho voglia d’un po’ d’aria. Tu andresti sulle mura e io vado a Parigi. Ritornerò per Lyon, Marseille, Montecarlo, dove voglio tentare il fante (porto poghi bigèi, poghi bene, perché me mi trombano pogo). C’è la rèprise di Bohème l’11 all’Opèra-Comique e io ci vado per mio gusto. Faccio bene o faccio male? Parigi mi piace, miga Milano! Non di’o miga che Milano non sia miga e che non abbia miga (vedi Ussero, Cerù, Pisa) ma non son cose per te, non le ‘apisci. Le ‘apirà colei che ha le gomita ripiene di grasso e dice che son gonfie... Saranno, poveraccia! Sia per non detto.
Ho ricevuto ora una letterona della Cavallo da Marsiglia, entusiasmata di Bohème che ha avuto uno dei soliti schifosi trionfi al Grand Théatre. Ora con quel... culotto, quasi quasi... ‘mbè vedremo. Tutti dormono e io sono lìllare e gaio. C’è un caldino qui. Sono in maniche di camicia. Domani incigno un vestito. Martedì alle 6 di mattina sono a Parigi. Tornerò dopo 3 giorni di permanenza. Occupati della casa (affitto) e smetti la burletta. Perdio, di tanti che la volevano, sono spariti tutti? Fa’ fare un cartello come la topa di Capannori”.
- Eccolo qui il cartello!
Quindi ho finito di leggere.
“Salutami la malata che a quest’ora sarà guarita e se no, gliel’auguro che avvenga subito. Forse prendo una bandita qui nelle vicinanze di Milano (300 lirette all’anno) almeno potrò nell’inverno farmi un po’ di moto.
Scrivimi Paris, 12 Rue de Lisbonne, chez Ricordi.
Saluti a tutti, tuo aff. G. Puccini.
P.S. Dimmi: Caselli è vivo o morto? Informati e riferiscimi”.
La frase sulla topa della prima lettera mi è piaciuta di più.

(dal romanzo “La topa di Capannori” di Domenico Riccio)

   Le sorche dei cuoiai (di Domenico Riccio)
[05/02/2007 5:11 pm]

(scritto in collaborazione col Ser mastro artigiano Claudio ne’ Cerasomma da Lucca)

In piazza della Misericordia si fermò per la solita bevuta alla fontana della Pupporona, così detta per la bella statua di Naiade col seno scoperto. Poi si avvicinò alla chiesa di San Salvatore e si fermò a guardare l'architrave della porta destra della facciata. L'architrave della porta di fianco, sul quale è raffigurato il miracolo di San Nicola ed è opera del Biduino, lo aveva già ammirato in altra occasione. Spostandosi per osservare meglio la rappresentazione della leggenda dello scifo d'oro, notò svariate solcature verticali sui marmi degli stipiti delle porte.
- I soliti vandali! - esclamò, rivolto anche ad un volontario della Misericordia che era seduto sui gradini della chiesa.
Il ragazzo, che poi disse di chiamarsi Claudio e divenne suo amico, gli spiegò invece che quelle non erano opere di irresponsabili.
- Si tratta - disse - delle famose "sorche dei cuoiai". Se ci fa caso, vedrà che le ritrova davanti a quasi tutte le chiese della città.
- Sorche dei cuoiai? - ripeté Damnic incuriosito. - E cosa sono?
Un tempo - raccontò Claudio - quando la gente si recava a messa ed aveva qualcosa da farsi rammendare, la lasciava ai cuoiai davanti alla chiesa e la ritirava all'uscita. Durante la messa, questi lavoravano con grossi aghi e per rifare la punta li passavano sul marmo e così formavano le "sorche".
                      (tratto da “La topa di Capannori”)

Ma cerchiamo di capire meglio.
Nell’alto medioevo i cuoiai avevano botteghe ed esercitavano l’arte nella contrada di Sant’Andrea, a differenza dei pellai che erano in Pelleria (inteso come quartiere, perché l’attività veniva esercitata soprattutto in via delle Conce).
Ma il 25 Agosto 1382 la Repubblica approvò i nuovi ordini sull’industria della cuoieria, stabilendo che questa doveva essere esercitata "se non in contrada S. Tomeo in li luoghi dove anticamente è usato di farsi" e che anche le botteghe dei cuoiai dovevano essere comprese dentro detti termini, "dalla ruga che vae da san Giorgio a sancta Giustina in suso verso sancto Tomeo" (che sta per San Tommaso) e quindi in via delle Conce in Pelleria, 
La via delle Conce in quei tempi era una calla, ovvero una via d’acqua costruita artificialmente da una diramazione presso l’attuale zona di S. Frediano (v. Lucca, il paesaggio e l’architettura dell’acqua e L’acqua fonte di attività produttive di Gilberto Bedini).
Le attività di trattamento del pellame venivano svolte in locali posti al piano terra in grandi vasche di pietra, forse ancora oggi esistenti. In particolare nel fondaco, che fa angolo fra via S. Tommaso e via delle Conce. I pellai erano in stretto contatto con i cuoiai. E non si può escludere che nelle zone adiacenti esistessero laboratori di cuoio dorato e argentato usato per libri, mobili ed altro. E’ invece certo che essi erano obbligati ad esercitare la loro attività all’interno delle mura, pena addirittura l’impiccagione. 
Ma l’’esercizio dei cuoiai si estendeva anche al di fuori dei laboratori. Ed era normale vederli sostare all’ingresso delle numerose chiese della città, specie nei giorni di festa, quando maggiore era l’afflusso di gente.
Chi si recava in chiesa gia sapeva che avrebbe trovato almeno un cuoiaio davanti all’ingresso e ne approfittava per farsi fare riparazioni su capi in pelle. Finita la messa, ritirava i capi rammendati e pagava il corrispettivo pattuito.
Va considerato che nel medioevo le pelli avevano un ruolo essenziale nella vita quotidiana. Non esistendo le materie sintetiche di oggi, venivano utilizzate per le borse, gli zaini, le sacche, i capi di abbigliamento, le calzature e soprattutto per le sellature di cavalli e muli, ma anche per i filamenti da traino e le coperture dei carri; e l’elenco potrebbe continuare.
I cuoiai, principalmente per le riparazioni su cuoio e pelle, utilizzavano aghi molto lunghi e spessorati , molto più lunghi di quelli che venivano usati dai tappezzieri per ricucire le matrasse (materassi). I testi non riportano questa usanza di lavorare davanti alle chiese, ma la cosa è stata tramandata verbalmente e non può certo finire nel dimenticatoio.
E quegli aghi, per penetrare le pelli, dovevano mantenere la punta sempre bene affilata. Per questo motivo essa veniva strusciata ripetutamente sul marmo di un pilastro e l’operazione di sfregamento ha prodotto nel tempo delle vere sorche (o solche), ovvero delle solcature più o meno profonde e comunque evidenti nel marmo stesso.
Davanti a quasi tutte le chiese di Lucca, di lato ad ogni ingresso, possiamo dunque ancora oggi vedere sugli stipiti di marmo e sui blocchi adiacenti quelle che sono diventate le sorche dei cuoiai.
Le quali, però, non si notano sui marmi del duomo di San Martino (per la verità una l’ho riscontrata di persona, ma una sola). E forse il motivo sta in ciò che è scritto su una lapide fatta apporre sulla facciata da papa Alessandro II nel 1070, in occasione dell’inaugurazione della cattedrale completamente ristrutturata, che in sostanza dice: "Chi tocca il duomo sarà scomunicato" (vedi testo integrale, dettato in esametri latini direttamente dal papa, nel pezzo di questo libro intitolato Papa Alessandro II, vescovo di Lucca).
Nelle intenzioni del pontefice la minaccia d’anatema era naturalmente rivolta a coloro che avrebbero osato distruggere o anche modificare la struttura del tempio, ma i cuoiai, per estensione o per paura, visti i tempi, avranno forse pensato che la scomunica potesse arrivare anche per una semplice scalfitura e non l’hanno toccato.    


   2006 - Un anno coi fiocchi
[20/04/2007 10:21 pm]
“2006. Un anno coi fiocchi” è l’ultima opera letteraria di Domenico
Riccio, ex vicesindaco di Lucca, che sarà pubblicata nei prossimi
giorni.
Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e
culturali dell’autore che fanno riferimento al 2006, uno degli anni
più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni
rapporto con l’ex sindaco e decise di lasciare la giunta comunale.
L’autore ha sentito il bisogno di ripercorrere i momenti più critici,
più rilevanti dell’anno scorso, quelli che hanno lasciato un solco nei
suoi sentimenti, nella sua esperienza di vita.
Ma gli avvenimenti descritti in questo libro (Nicola Calabria editore,
costo € 10) non riguardano solo la vita di Riccio. I disastri del
centrodestra al comune di Lucca e alle elezioni provinciali, infatti,
hanno segnato la vita politica di tutti i lucchesi; sì come la
vittoria di Prodi e la politica del governo di centrosinistra, fatta
di tasse e di litigiosità, hanno influito sulle sorti dell’intera
nazione.
E’ diviso in tre parti. Nella prima si trova il resoconto dei fatti,
soprattutto politici, di un anno difficile da dimenticare che solo
ironicamente Riccio definisce “un anno coi fiocchi”. Nella seconda
parte sono riportati alcuni “pezzi” dell’autore riguardanti personaggi
e tradizioni lucchesi: da Puccini a Catalani, Da Batoni ad Alessandro
II e a Lucio III, dalla Madonna dello stellario alle “sorche dei
cuoiai”. La terza parte, infine, è riservata a riflessioni di più
ampio respiro, che vanno dalla storia alla politica, dalla cultura al
sociale.

   L'Eros negli scacchi - Nuovo libro di Domenico Riccio
[10/08/2007 7:18 pm]

La storia di mio figlio con gli scacchi è stata appassionante ed anche ricca di soddisfazioni. Lo è stata anche per me, grazie a lui ed alle sue capacità.
Ma non si tratta di una storia finita. La passione, l’amore, di mio figlio per l’arte del gioco degli scacchi non si è esaurita. Tutt’altro. Egli intende proseguirla. E a me, sinceramente, fa piacere.
Questo libro, che racconta, attraverso gli articoli di stampa e pezzi tratti dal web, i momenti più interessanti della sua avventura tra alfieri e pedoni, torri e cavalli, re e regine, è solo un mio piccolo omaggio, un segno d’affetto, d’amore, di rispetto, per mio figlio Eros.
(Edizioni Lulu, New York 2007 - 86 pagine, Libro a copertina morbida: €8.07, Download: €1.25)


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